Medici accusati di certificati falsi per evitare detenzione amministrativa
Medici italiani indagati per certificati sanitari falsi, inchiesta a Ravenna su Cpr.
Il 16 settembre la polizia ha eseguito 23 perquisizioni in nove città italiane, sequestrando telefoni e computer di medici. L’inchiesta, condotta dalla procura di Ravenna, indaga l’eventuale produzione di certificati falsi per evitare l’ingresso in centri per il rimpatrio (Cpr) di persone non idonee. L’accusa, che vede in gioco l’associazione a delinquere, ha trovato nella campagna di sensibilizzazione sulla salute delle persone trattenute nei Cpr un elemento di interesse. La questione, che ha già coinvolto operatori umanitari e avvocati, si estende ora ai medici, accusati di violare l’indipendenza professionale.
Un processo lungo dieci anni
Per chi segue il tema dell’immigrazione, il caso dei medici rappresenta un nuovo capitolo di un processo che si è sviluppato negli ultimi dieci anni. L’obiettivo è criminalizzare chiunque attui un controllo sulle politiche pubbliche, mettendo in discussione l’indipendenza dei professionisti. Prima gli umanitari, poi gli avvocati e i giudici, ora i medici. La procura sostiene che dietro i certificati ci sia un’organizzazione per impedire il trasferimento delle persone nei Cpr. La campagna di sensibilizzazione, promossa da esperti come Nicola Cocco, ha avuto come obiettivo proprio evitare certificati falsi, che danno idoneità a persone non idonee.
La difesa dei medici si basa sull’indipendenza professionale. Il medico infettivologo Nicola Cocco, uno degli attivisti della rete Mai più lager-No ai Cpr, ha respinto l’accusa di associazione a delinquere. Per lui, l’indipendenza della professione medica deve rimanere intatta, e nessun orientamento politico può influenzare la valutazione clinica. Cocco, che non ha mai rilasciato i certificati contestati, ha spiegato che la sua partecipazione alla campagna è legata alla valutazione dell’idoneità sanitaria delle persone destinate ai Cpr.
La campagna e le accuse
La campagna, che ha incluso una rassegna stampa sistematica di studi internazionali, ha invitato i medici a considerare il contesto in cui una persona sarebbe stata detenuta. Secondo Cocco, i certificati contestati non sono falsi, ma errori clinici. L’obiettivo della campagna era evitare certificati falsi, non produrne. La procura, invece, ha individuato 23 certificati con discrepanze, come una diagnosi di scabbia senza indicazione terapeutica. Per Cocco, questo non dimostra un falso, ma un errore professionale. La posizione dei medici è supportata da istituzioni. Il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, Filippo Anelli, ha ricordato che i sanitari non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma devono tutelare la salute delle persone, indipendentemente dal luogo in cui si trovano. La questione della tutela sanitaria nei Cpr è già arrivata davanti ai giudici, con il consiglio di stato che ha parzialmente annullato i finanziamenti dei centri.
Le organizzazioni come Medici senza frontiere hanno invitato la procura a acquisire il giuramento di Ippocrate, che obbliga i medici a rispondere solo della salute dei pazienti. Per loro, i Cpr sono luoghi in cui il diritto alla salute è sistematicamente compromesso. Il Tavolo asilo e immigrazione, che include associazioni come Amnesty International Italia e Emergency, ha espresso solidarietà ai medici coinvolti nell’inchiesta. Il gruppo ha pubblicato un monitoraggio sui Cpr, segnalando violazioni dei diritti e rischi per la salute mentale.
La situazione dei medici coinvolti nell’inchiesta ha già avuto conseguenze sul loro lavoro. Cocco, che lavora nel reparto di medicina protetta dell’ospedale San Paolo, ha visto revocata l’autorizzazione all’ingresso nel circuito penitenziario. Non vuole che l’attenzione si concentri su di lui, ma su chi si trova in Cpr. Per lui, il rischio di stare una settimana in un Cpr è molto maggiore di quello di essere indagato. La questione, che coinvolge la sanità, l’immigrazione e la libertà professionale, rimane aperta e richiede una riflessione su come tutelare la salute delle persone, indipendentemente dal loro status.
