Il Pentagono non ha reso pubblico il totale dei militari morti in Iran, smentisce Hegseth
Il Pentagono non ha reso pubblico il totale dei militari morti in Iran, smentisce Hegseth
Il Pentagono non ha reso pubblico il totale dei militari statunitensi morti in Iran, smentendo le affermazioni del Washington Post che ha rivelato un numero superiore a quello ufficialmente registrato. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito le accuse “falsità” e “disgustose”, paragonandole ai media statali iraniani. Secondo il giornale, almeno 22 soldati sono morti nella guerra contro l’Iran, un numero superiore al bilancio ufficiale del database pubblico Defense Casualty Analysis System (Dcas), che segnala 18 vittime.
Il sistema di classificazione alimenta ambiguità
Il sistema di classificazione delle vittime alimenta ulteriori ambiguità: 14 decessi risultano registrati sotto l’operazione Epic Fury, nome scelto dall’amministrazione Trump per la guerra contro l’Iran, mentre altri quattro compaiono in una categoria separata denominata Overseas Operations, riferita al periodo successivo al cessate il fuoco di luglio tra Washington e Teheran, poi collassato con la ripresa degli attacchi. Il Pentagono ha confermato che, da febbraio, altri due militari sono morti in Medio Oriente in missioni non legate alla guerra contro l’Iran, in basi colpite da forze iraniane.
Costi e rischi della guerra
Secondo un documento esaminato dal Washington Post, il Comando centrale USA (CentCom), che si occupa delle offensive in Iran, ha stimato in circa 43,6 miliardi di dollari il costo della guerra fino a inizio settembre, di cui 28 miliardi in munizioni impiegate, senza contare i danni alle basi statunitensi. Diversi alti ufficiali militari avrebbero avvertito il segretario alla Difesa Pete Hegseth che prolungare le operazioni su larga scala contro l’Iran non è sostenibile e rischia di indebolire la capacità di affrontare altre minacce, compresa quella al territorio nazionale.
Alcuni decessi non sono registrati nel database
Al momento, il database Dcas segnala oltre 820 feriti tra le forze USA, molti dei quali con trauma cranico a seguito di contrattacchi iraniani contro le basi americane nella regione. Tra i casi non riflessi nel database figurano il sergente Devin Seibel, morto il 31 maggio a Irbil, in Iraq, in un incidente durante un addestramento nell’ambito dell’operazione Inherent Resolve contro lo Stato islamico, e il maggiore Sorffly Davius, deceduto il 6 marzo in Kuwait per un’emergenza medica non specificata mentre era impegnato nell’operazione Spartan Shield.
Reazioni politiche e dibattito interno
Il deputato repubblicano Thomas Massie ha inoltre avviato un tentativo di forzare un voto alla Camera per l’impeachment di Hegseth, accusandolo di aver violato il War Powers Resolution del 1973 conducendo ostilità senza l’autorizzazione del Congresso. Martedì un numero record di sette parlamentari repubblicani ha votato insieme ai democratici alla Camera per approvare una misura, perlopiù simbolica, volta a fermare la guerra, l’ultima di diverse risoluzioni sui poteri di guerra approvate dal Congresso. Dal canto loro, i senatori democratici hanno annunciato l’intenzione di indagare sulla gestione delle notifiche di vittime da parte del Pentagono se dovessero riconquistare la maggioranza dopo il voto di metà mandato a novembre. Sul piano politico, la guerra è diventata un elemento di difficoltà per il presidente Donald Trump e il partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato di novembre: secondo un sondaggio recente solo il 28% degli americani approva la gestione della crisi iraniana da parte di Trump, contro il 62% che la disapprova.
