La sindrome Nimby si fa sentire: comunità si oppongono a infrastrutture a km 0
Cresce il fenomeno Nimby: comunità locali si oppongono a progetti di infrastrutture a km 0, ostacolando la transizione energetica.
La sindrome Nimby, ovvero “Non nel mio cortile”, si fa sentire sempre più forte sul territorio italiano, con comunità locali che si oppongono a progetti di infrastrutture a km 0, spesso considerati dannosi per l’ambiente, il paesaggio e la biodiversità. Questo fenomeno, che coinvolge comitati del No e sindaci, si espande a diversi settori, come l’energia rinnovabile, i data center e le opere pubbliche, ostacolando la transizione energetica e la modernizzazione del Paese.
Opposizione a progetti strategici
Le comunità locali, spesso in conflitto con imprese e stakeholder, si oppongono a progetti che richiedono un elevato consumo di energia rinnovabile e risorse idriche, come i data center e i pannelli fotovoltaici. In alcuni casi, i comitati si sono organizzati in modo radicale, bloccando l’avvio di impianti e addirittura ricevendo la disdetta dell’affitto dei terreni. Questo fenomeno, noto come Nimby, si accompagna spesso a una posizione di “no a prescindere”, che rallenta la realizzazione di infrastrutture strategiche necessarie per la sostenibilità.
La transizione energetica è ostacolata da una resistenza radicata nel territorio.
La resistenza si manifesta anche in contesti come il Ponte sullo Stretto, dove i 13 miliardi destinati al progetto dovrebbero essere utilizzati per migliorare i sistemi di trasporto in Calabria e Sicilia. Invece, la mancanza di un consenso diffuso e la paura di danni locali spesso bloccano i progetti, anche se si tratta di investimenti strategici per la sostenibilità.
Un salto culturale per la transizione
Per affrontare questa sfida, è necessario un salto culturale, come ha sottolineato Chicco Testa, presidente di Assoambiente. «Un salto culturale per migliorare la competitività del Paese con infrastrutture moderne, sostenibili e capaci di generare valore per il territorio», ha affermato. Testa, ex parlamentare e attivista ambientalista, ha anche sottolineato l’importanza di progetti come quelli premiati da Assoambiente, che combinano innovazione e sostenibilità, come i data center a energia 100% rinnovabile o i progetti di decarbonizzazione dell’acciaio.
La sostenibilità richiede un confronto aperto e una pianificazione coerente.
La transizione energetica, tuttavia, non può procedere senza un confronto aperto e una pianificazione territoriale coerente. «Necessaria per molte infrastrutture – ha concluso Ciafani – I 13 miliardi e più destinati al ponte sullo Stretto, ad esempio, dovrebbero essere investiti per i sistemi di trasporto di Calabria e Sicilia. Perché, come denunciamo nel nostro report Pendolaria, nelle due regioni la mobilità non è degna di un paese moderno». Nonostante le contestazioni, una maggioranza silenziosa si dichiara favorevole a trasformazioni e step necessari per raggiungere la sostenibilità. «Ma nei sondaggi risulta presente una maggioranza silenziosa che, nell’ottica di benefici futuri, si dichiara favorevole a trasformazioni e step necessari per raggiungere la sostenibilità – ha continuato Ciafani –. Bisogna dare risposte ai territori. Cento domande, cento risposte, tempestive e trasparenti. Servono strumenti nuovi per incentivare il dibattito pubblico, preparare le imprese ad affrontare i conflitti a livello locale e rassicurare cittadini e intere categorie, dagli agricoltori agli operatori turistici».
La sfida, quindi, non è solo tecnica, ma anche culturale e sociale. La transizione ecologica richiede un confronto aperto, una pianificazione coerente e una gestione delle contestazioni che non si limiti a bloccare i progetti, ma li accompagni con un dialogo costruttivo e una visione condivisa del futuro. Solo in questo modo, si può sperare in una transizione sostenibile e inclusiva, che non sacrifichi il presente per il futuro, ma lo abbia in considerazione.
