La poesia come voce inascoltata: intervista a Marcello Barison
Marcello Barison analizza il ruolo della poesia nell’epoca della comunicazione, durante il Festival Mimesis a Udine.
Il 7 novembre 2026, alla Torre di Santa Maria a Udine, si è svolta la tredicesima edizione del Festival Mimesis, con l’incontro “È ancora possibile la poesia?” tra Gian Mario Villalta e Marcello Barison. L’evento ha posto al centro la domanda su come la poesia possa ancora esistere in un mondo dominato dalla comunicazione incessante. Barison, professore associato alla Libera Università di Bolzano, ha sottolineato come la poesia non sia mai stata così minacciata come oggi, non tanto per la sua esistenza, ma per la sua capacità di interrogare il tempo in modo autentico.
La poesia come voce inascoltata
Barison ha sottolineato che la poesia non può essere ridotta a un semplice scambio di parole, ma deve rimanere un’esperienza che sfida l’omologazione del linguaggio. La possibilità dell’incanto poetico è minacciata dall’omologazione tecnoeconomica di ogni ambito della vita. Per lui, la poesia non è un prodotto commerciale, ma un atto di resistenza che richiede un’attenzione particolare. “Si può interrogare davvero il nostro tempo solo quando non si nominano direttamente i fatti di attualità”, ha aggiunto, riferendosi a una posizione che risale a Nietzsche e a Giorgio Agamben.
La poesia come forma di sopravvivenza
Secondo Barison, la poesia non è destinata a scomparire, ma deve trovare nuove forme di esistenza. “Il poeta non istituisce la forma del mondo dominante ma quella, ben più essenziale, che sopravvive alla catastrofe”, ha spiegato, citando Hölderlin. La poesia, in questo senso, diventa una forma di sopravvivenza, una voce che si oppone alla banalità del linguaggio. “Se le parole circolano come merci, che cosa può sottrarle a quella logica?” ha chiesto, sottolineando l’importanza di un linguaggio che non si limiti al detto, ma che possa liberarsi dell’indicibile.
Barison ha anche parlato del rapporto tra poesia e filosofia, sottolineando come la sua scrittura conviva con riflessioni filosofiche e ricerca letteraria. “Scrivo poesia da sempre, ben prima di essermi cimentato con la prosa saggistica”, ha detto, aggiungendo che non ha mai pubblicato i suoi versi. “Forse perché non li ritengo all’altezza, ma anzitutto perché, essendo, almeno quanto all’autenticità della sua vocazione, la cosa più vera, la poesia richiede riserbo”, ha spiegato. La domanda di Villalta su cosa si perde se non si fa esperienza del “canto delle parole” di Gian Mario Villalta ha suscitato una risposta profonda. “Rimarremo paradossalmente orfani della nostra stessa umanità”, ha detto Barison, riferendosi a una visione in cui la poesia è l’unica forma di verità che non si riduce alla banalità del linguaggio. Dunque vivi solo in apparenza ma in verità manichini impagliati, come gli Hollow Men, ha concluso, citando T. S. Eliot.
Infine, Barison ha risposto alla domanda più personale: c’è una poesia a cui torna nei momenti in cui le parole degli altri non bastano? “Obbligare a una scelta così netta è un delitto, ma se davvero ho una sola carta, beh, allora Dante, il più immenso dei poeti, un miracolo espressivo”, ha detto, citando il Canto XIII dell’Inferno, dove parla Pier delle Vigne. “È la poesia di ogni epoca, potremmo dire, a sussurrare il proprio canto nello pneuma sanguinante di quella voce, ad un tempo sofferta e sublime”, ha concluso.
