Giuseppe Conte evita l’audizione, ma il tempo si esaurisce
Giuseppe Conte evita l’audizione, ma il tempo si esaurisce

A soli tre giorni dalla data fissata per la sua deposizione davanti alla commissione d’inchiesta sul Covid, Giuseppe Conte non si è ancora dimesso dall’organo parlamentare di cui è membro. L’ex presidente del Consiglio, noto per la sua retorica e la sua abilità nel navigare tra le formalità, si trova ora in una situazione paradossale: non può essere sentito come testimone se non si dimette. Un passaggio tecnico obbligatorio, che ha reso impossibile per lui l’audizione, nonostante abbia ripetuto a più ripete di voler fare chiarezza.
La strategia del rinvio non è nuova, ma stavolta il tempo stringe
La pantomima va avanti da ottobre 2024, quando il senatore Marco Lisei (Fdi), presidente della commissione, aveva chiarito a Conte le regole del gioco: per testimoniare bastava dimettersi temporaneamente, farsi ascoltare e poi rientrare il giorno dopo. I timori del leader M5s, che temeva di essere tagliato fuori permanentemente, si sono rivelati pretestuosi. La composizione dei membri spetta ai gruppi politici: se il M5s vuole far rientrare il proprio capo in commissione, basta una firma interna. Conte ha insistito: «Non è facile parlare in una veste e la volta successiva comparire in un’altra». Una frase che, sebbene ripetuta, non ha smesso di essere un’arma a doppio taglio. La sua posizione, pur se formalmente legittima, si è rivelata insostenibile a seguito delle tante rivelazioni emerse in commissione. L’insostenibilità ha spinto il leader a tentare una mossa diplomatica: una lettera ai presidenti di Camera e Senato per chiedere «rassicurazioni» formali, seguita da un’intervista a Quarta Repubblica.
Un paradosso perfetto per chi ha fatto del formalismo la propria cifra
Conte ha ribadito a Nicola Porro la sua volontà assoluta di testimoniare, ma la sua superfetazione verbale sulla «complessità burocratica» è crollata quando il viceministro Galeazzo Bignami (Fdi), anch’egli membro della commissione, ha dimostrato nei fatti la semplicità della procedura: si è dimesso, ha testimoniato e è rientrato in 48 ore. Una dimostrazione pratica che ha tolto ogni alibi al leader 5 stelle.
I temi su cui la Commissione attende le risposte di Conte ruotano intorno ai nodi centrali emersi dalle ultime audizioni: il caso di Luca Di Donna, l’avvocato ex collega dello stesso studio di Conte nel mirino per le costose consulenze sulle forniture di emergenza, la maxi-commessa da 1,2 miliardi per l’acquisto di mascherine e il colloquio segreto con l’ex commissario straordinario Domenico Arcuri. I due si sono incontrati lo scorso 18 giugno nell’abitazione di quest’ultimo, poco prima che Arcuri tenesse la sua testimonianza-monologo, finita sui giornali ancor prima che l’ex commissario la leggesse in aula.
La fuga di Conte dall’esame parlamentare rievoca in qualche modo le dinamiche americane. L’ex zar della sanità Anthony Fauci, chiamato dal Senato a rendere conto dei lati più opachi sulla genesi del virus e sulle restrizioni, ha offerto una magistrale lezione di mutismo selettivo. Messo alle strette dal fuoco di fila dei repubblicani guidati da Rand Paul, l’araldo della trasparenza scientifica si è improvvisamente riscoperto cultore del silenzio invocando il Quinto emendamento per ben 111 volte in una sola, tesissima seduta.
Se in America la vergogna si consuma a colpi di Costituzione e di un sistematico «mi avvalgo della facoltà di non rispondere» abusato oltre cento volte, in Italia la variante Conte preferisce l’immobilismo procedurale. Non serve invocare il Quinto emendamento se, per un cavillo burocratico autoindotto, non ci si mette nemmeno nelle condizioni di sedersi sul banco dei testimoni. Il tempo della retorica, però, è scaduto: senza le dimissioni formali dall’organo parlamentare, l’audizione potrebbe saltare, ma per cause imputabili esclusivamente al testimone Conte.
