La repressione non è educazione: il ruolo del poliziotto e dello scout

Un addetto ai lavori spiega come la repressione non basta a educare i ragazzi.

Mario Di Prima, sovrintendente capo della Polizia di Stato e magister della Comunità MASCI di Enna, ha sottolineato come la repressione non sia una forma di educazione efficace. Nell’ambito di un incontro su “Educare al dialogo contro ogni forma di violenza giovanile”, Di Prima ha spiegato che il ruolo del poliziotto e dello scout è diverso ma complementare. Come forze dell’ordine, per deformazione professionale, si tende a giudicare un fatto, mentre come scout si deve giudicare una persona. La sua testimonianza ha messo in luce come i ragazzi spesso non percepiscano le conseguenze delle loro azioni, come dimostrato da un episodio in cui un ragazzo ha detto: “tanto che mi fate?”.

La violenza giovanile non si combatte con paura

Di Prima ha sottolineato che la violenza giovanile non si combatte con più paura, ma con più fatica, più appartenenza e con più adulti in mezzo alla strada. Secondo lui, la prevenzione non è solo un convegno, ma un pomeriggio passato insieme. L’esperienza dello scoutismo, con la sua capacità di insegnare tolleranza alla frustrazione attraverso la fatica vera, è un’alternativa alla repressione. Un ragazzo che ha imparato a gestire la fatica, gestisce anche la rabbia. Oggi, però, molti ragazzi pensano: “Cerco di farmi notare in questo mondo, costi quel che costi”.

Un branco sano è fondamentale per i ragazzi

Secondo Di Prima, il branco per un ragazzo è tutto. Se non gli si dà un branco sano – la squadra, il reparto scout, la banda musicale, la palestra – si cercherà da solo in strada, dove le regole le decide il più violento. L’esperienza dello scoutismo, con la sua capacità di creare un ambiente di appartenenza, è cruciale per l’educazione. Non si ha bisogno di punire un ragazzo per farlo rigare dritto. Si ha bisogno di dargli tre cose: la fatica vera, l’appartenenza sana e la guida di un adulto che lo aiuti a riparare i propri errori.

Di Prima ha proposto un “Patto di presenza”, in cui si mettono insieme le esperienze del poliziotto e dello scout. Serve che nei luoghi dove i ragazzi si incontrano – e non sono le aule di un convegno – ci siano adulti credibili. Allenatori che non urlano solo per vincere, capi scouts, artigiani che insegnano un mestiere. La prevenzione non è solo un convegno, ma un pomeriggio passato insieme. “La Giustizia riparativa, subito, è un’alternativa alla giustizia tradizionale. Il ragazzo che ha imbrattato il muro del paese e il giorno dopo, con l’operatore ecologico, lo deve pulire. Con le mani. Davanti a tutti. Vale più di 6 mesi di processo al Tribunale dei Minori”, ha spiegato.

Di Prima ha anche chiesto di ridare responsabilità ai genitori, senza colpevolizzarli. Come capo scout, lavora con le famiglie. Come appartenente alle forze dell’ordine, vede famiglie che arrivano in caserma e dicono “mio figlio non è così”. Ecco, dobbiamo tornare a dire: tuo figlio è così e anche così, è bravo e ha sbagliato. Aiutiamolo a rispondere di quello che ha fatto. Difendere sempre non è amare. Non chiederci di risolvere da soli un problema che è educativo. Noi interveniamo quando il patto è già rotto. Come Capo Scout, chiede di credere che nessun ragazzo è perduto. Ha visto ragazzi difficilissimi cambiare perché qualcuno gli ha dato un coltellino per intagliare del legno invece di uno smartphone per filmare un pestaggio.