Modello Albania per rimpatrio migranti, nuovi hub in Uganda e Montenegro

Italia propone espansione del modello Albania per rimpatrio migranti in Uganda e Montenegro.

Migranti in transito, hub per rimpatrio in Uganda e Montenegro, politica estera UE
Migranti in transito, hub per rimpatrio in Uganda e Montenegro, politica estera UE

La crisi dei migranti in Ceuta ha spinto l’Italia a rivedere e ampliare il modello di gestione dei rimpatri adottato in Albania, con l’obiettivo di creare nuovi hub per il rimpatrio in Paesi terzi sicuri, finanziati con fondi comunitari. L’idea, avanzata a fine giugno dalla premier Giorgia Meloni, è ora in fase di formalizzazione e sarà presentata martedì al Consiglio straordinario europeo dei ministri degli Interni, convocato dopo l’emergenza di Ceuta. Tra i Paesi candidati, l’Uganda e il Montenegro emergono come potenziali destinazioni, con l’interesse di Germania, Austria e Olanda.

Modello Albania: un’idea già in atto

Il modello di gestione dei migranti in Albania, che prevede la creazione di centri per il rimpatrio, è stato in parte attuato, ma non ha raggiunto i livelli inizialmente previsti. L’obiettivo era di ospitare fino a 36mila persone l’anno, con un turnover elevato, ma da aprile dello scorso anno il centro è stato utilizzato solo come Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Al momento, sono transitati alcune centinaia di migranti, con rimpatri limitati. Il progetto, tuttavia, è destinato a riprendere la sua originaria funzione o a trovare un’utilità conforme ai nuovi regolamenti europei, come ha spiegato il titolare del Viminale.

La proposta italiana mira a espandere il modello in altri Paesi, con l’obiettivo di creare nuovi hub per il rimpatrio in Paesi terzi sicuri. Tra i candidati, l’Uganda e il Montenegro sono stati indicati come potenziali destinazioni, con l’interesse di diversi Stati europei. L’idea è supportata anche da un piano per l’attuazione stringente del programma ‘Gsp+’, che lega vantaggi economici ai Paesi in via di sviluppo che collaborano con l’UE nel riammettere i propri cittadini.

Opposizioni e sfide finanziarie

La proposta, tuttavia, ha incontrato opposizioni, con l’invito alla premier a riferire alle Camere. Inoltre, il tema dei fondi resta un punto critico, poiché la realizzazione di nuovi hub richiede risorse significative. Nonostante ciò, l’Italia continua a promuovere l’idea, con l’ausilio del ministro Matteo Piantedosi, che ha spiegato che il centro in Albania potrebbe essere utilizzato a pieno regime entro la fine dell’anno, se si risolveranno i problemi giudiziari e giurisdizionali. La situazione in Ceuta, con oltre 73mila migranti rientrati in Marocco dopo gli arrivi in massa, ha reso evidente la necessità di un sistema più strutturato e coordinato per gestire i flussi migratori. Il Papa ha espresso preoccupazione per la situazione, chiedendo soluzioni di giustizia e stabilità. L’obiettivo è di trovare un equilibrio tra sicurezza, diritti umani e cooperazione internazionale, con l’ausilio di nuovi hub che possano ridurre i rischi e migliorare la gestione dei migranti in Europa.

La proposta italiana si basa su un’espansione del modello già in atto in Albania, con l’obiettivo di creare nuovi hub in Paesi terzi sicuri. L’idea è supportata da un piano per l’attuazione stringente del programma ‘Gsp+’, che lega vantaggi economici ai Paesi in via di sviluppo che collaborano con l’UE nel riammettere i propri cittadini. L’obiettivo è di rendere più efficiente e trasparente il sistema di rimpatrio, riducendo i rischi di abusivismi e aumentando la cooperazione internazionale.

La realizzazione di nuovi hub richiede risorse significative e una collaborazione internazionale.
Il modello Albania è destinato a riprendere la sua originaria funzione o a trovare un’utilità conforme ai nuovi regolamenti europei.