Il tempo di una legge sul fine vita è arrivato, dopo vent’anni di silenzio
Dopo vent’anni di silenzio, il dibattito sul fine vita torna al centro della politica. Una legge è necessaria per garantire diritti e libertà.
Due vent’anni dopo la lettera di Piergiorgio Welby al Presidente della Repubblica, il dibattito sul fine vita torna al centro della politica. Una legge nazionale non è più rimandabile: serve a garantire la libertà di chi chiede di morire, ma anche a proteggere chi vuole continuare a vivere. Il silenzio del Parlamento, che ha lasciato le Regioni e i tribunali occuparsi di una questione così complessa, ha creato una situazione di attesa e incertezza per migliaia di malati. La legge, se approvata, obbligerebbe lo Stato a farsi garante, garantendo diritti e libertà in modo uniforme in tutta Italia.
Una legge per garantire diritti e libertà
La decisione di chi vuole morire non può essere presa in condizioni di disuguaglianza o di disperazione. Oggi, per chi non ha accesso alle cure palliative o non riceve un supporto adeguato, la scelta può essere influenzata da fattori esterni, come l’attesa per il farmaco o l’assistenza. Una legge nazionale serve a evitare che la decisione di morire si riduca a un atto di ultima istanza, spesso preso in condizioni di sofferenza e isolamento. Il diritto di morire e il diritto di essere curati fino alla fine non sono separati: vanno chiesti insieme, in un Paese in cui solo un malato su quattro ha accesso alle cure palliative, e sono 590mila gli adulti che ne avrebbero bisogno.
La politica ha taciuto per anni, lasciando ai malati e alle Regioni il lavoro che spetta a lei. Il tempo è scaduto per un silenzio che ha pesato su chi soffre e chi si prende cura di lui.
Il caso di Federico Carboni e le attese di chi chiede di morire
Federico Carboni, il primo italiano ad accedere al suicidio assistito, dovette aspettare due anni per ottenere la sua decisione. In Piemonte, un uomo aveva tutti i requisiti riconosciuti dalla Asl, ma non riceveva né il farmaco né l’assistenza: il farmaco è arrivato dieci mesi dopo la richiesta. In Brianza, Domenico Zuccarella, un ex imbianchino che muoveva soltanto tre diti della mano sinistra, ha atteso 290 giorni. “Sono stanco, non ne posso più”, aveva detto al giudice. Questi casi rappresentano una realtà quotidiana per chi vive la sofferenza e la mancanza di risposte concrete.
La legge nazionale non solo garantirebbe diritti, ma anche la dignità di chi decide di morire. È necessario che il Parlamento si faccia carico di questa responsabilità, evitando di continuare a rimandare una decisione che riguarda la vita e la morte di migliaia di persone. La legge sul fine vita non è solo un tema morale, ma un tema di giustizia. Serve a garantire che ogni persona, indipendentemente dal luogo in cui vive, possa esprimere la sua volontà in condizioni di libertà e di sicurezza. È tempo di una legge, non solo per chi chiede di morire, ma anche per chi vuole continuare a vivere, e per chi si prende cura di lui.
