Zaia e il dibattito sul fine vita: un percorso fuori strada
Il presidente Zaia sostiene la legalizzazione del suicidio assistito, ma i diritti umani devono essere salvaguardati.

Il presidente del Consiglio regionale veneto, Luca Zaia, si trova in una posizione contraddittoria sul tema del fine vita. Pur esprimendo buona fede, si batte per la legalizzazione del suicidio assistito, ignorando le norme costituzionali e i diritti umani fondamentali. La Costituzione e le Carte dei diritti in genere sono in funzione della salvaguardia della vita, non della morte. Il dibattito non riguarda il diritto alla morte, ma la tutela della vita, che è il valore principale del nostro ordinamento.
Non esiste un vuoto normativo
Non esiste un vuoto normativo sul tema, come sottolineato da diversi esperti. La sentenza 242/19 della Consulta ha già affermato che il rifiuto delle cure è previsto dall’ordinamento. Inoltre, in Italia, 16 pazienti hanno già ottenuto il via libera al suicidio assistito senza la necessità di una legge. Questo dimostra che il sistema esiste già, ma non è sufficiente per risolvere le complessità del tema. La legalizzazione non è necessaria per tutelare i pazienti. Il diritto al rifiuto delle cure è già garantito, e il sistema sanitario deve garantire l’accesso alle cure palliative, non la morte assistita. Il presidente Zaia, pur con buona fede, non può ignorare i rischi di una legge troppo ampia.
Le conseguenze di una legge troppo ampia
La legalizzazione del suicidio assistito, se non regolamentata con rigore, potrebbe portare a conseguenze devastanti. In Paesi come l’Olanda, il fenomeno ha rapidamente superato i limiti iniziali, coinvolgendo non solo i malati terminali, ma anche persone in condizioni di depressione. Si parla di una tendenza a considerare la vita non più significativa dopo i 70 anni, un rischio che non può essere sottovalutato.
La legge potrebbe generare dinamiche di colpevolizzazione. Il Patriarca di Venezia ha già espresso preoccupazioni sull’effetto pedagogico di una legge simile, che potrebbe influenzare la percezione della vita e della morte in modo negativo. Inoltre, la Consulta ha indicato rischi come pressioni sociali indirette su pazienti o anziani soli, e tensioni sull’allocazione delle risorse pubbliche. Il diritto di morire potrebbe essere visto come un dovere, con conseguenze di colpevolizzazione per chi continua a chiedere cure. Occorre una legge «dalle maglie strettissime», per evitare abusi e proteggere i diritti umani. La via giusta è quella delle cure palliative, che salvaguardano la vita e migliorano la qualità della vita dei pazienti, senza mettere in pericolo i valori costituzionali.
Seguendo la via ideologica dei Radicali, si rischia di violare diritti fondamentali, come la vita, con conseguenze già viste in altri settori, come l’aborto o l’uso di droghe. La libertà di scelta non deve essere intesa come diritto a decidere la propria morte, ma come limitata, in virtù della concezione personalista. L’autodeterminazione, se non regolamentata, potrebbe portare a un darwinismo sociale, con conseguenze imprevedibili. Il presidente Zaia, pur con buona fede, non può ignorare i rischi di una legge troppo ampia. Occorre una legge «dalle maglie strettissime», per evitare abusi e proteggere i diritti umani. La via giusta è quella delle cure palliative, che salvaguardano la vita e migliorano la qualità della vita dei pazienti, senza mettere in pericolo i valori costituzionali.
