Yara Gambirasio e il caso Bossetti: il Dna, l’omicidio e le indagini

Il caso Yara Gambirasio e il Dna di Bossetti: un omicidio che ha scosso l’Italia e le indagini che hanno portato alla condanna.

Il 26 novembre 2010, Yara Gambirasio, una ragazza di 13 anni, scomparve dopo essere uscita dalla palestra a Brembate di Sopra. La sua scomparsa iniziò come un allontanamento volontario, ma con il passare dei giorni, le ricerche si intensificarono e il caso si trasformò in un dramma nazionale. Il 26 febbraio 2011, il corpo di Yara fu ritrovato in un campo isolato, a Chignolo d’Isola, in un’area poco distante da una discoteca. L’autopsia indicò che era stata aggredita con un taglierino, lasciata a morire in un campo gelido. L’omicidio di Yara Gambirasio è diventato un caso emblematico, non solo per la giovane età della vittima, ma anche per le complessità delle indagini e le contestazioni legali che ne sono seguite.

La svolta del Dna e l’identificazione di Ignoto 1

Le indagini iniziarono con la ricerca del corpo, ma il vero svolta arrivò con l’analisi del Dna. Gli inquirenti, analizzando i materiali biologici trovati sui vestiti di Yara, isolarono un Dna che non apparteneva a nessuna delle persone con cui lei aveva frequentato. Lo chiamarono Ignoto 1. Per la prima volta in Italia, gli investigatori decisero di chiedere volontariamente al pubblico di sottoporsi a test del Dna, in assenza di una banca dati biologica. Questo approccio portò all’identificazione del padre di Ignoto 1, Giuseppe Guerinoni. I figli di Guerinoni, però, non avevano il Dna in questione, e si ipotizzò che potesse trattarsi di prole nata fuori dal matrimonio. L’analisi del Dna mitocondriale portò a Ester Arzuffi, ma fu solo con un controllo con l’etilometro che si arrivò a Massimo Giuseppe Bossetti, operaio in un cantiere edile di Mapello.

L’arresto e i processi di Bossetti

Il 16 giugno 2014, i carabinieri raggiunsero il cantiere edile dove Bossetti lavorava. Al momento del loro arrivo, l’operaio tentò di fuggire, ma fu bloccato e arrestato. Da quel momento, Bossetti si dichiarò innocente, ma il suo Dna fu trovato sui leggings e sugli slip di Yara. Nonostante le sue spiegazioni, il processo proseguì. Bossetti fu rinviato a giudizio a febbraio 2015. Fu ipotizzato un movente sessuale, anche se l’imputato attribuì le ricerche su internet alla moglie. Nel 2016, nel 2017 e nel 2018, Bossetti fu condannato all’ergastolo in tre gradi di giudizio. La sentenza di primo grado lo ritenne colpevole per aver colpito Yara con pugni e strumenti da taglio, abbandonandola in un campo isolato e causandone la morte. Le aggravanti di tempo, luogo e persona furono riconosciute, insieme all’aggravante della crudeltà.

Nonostante la condanna, il caso non si è concluso. Dal 2019, il team legale di Bossetti, composto da Claudio Salvagni e Paolo Camporini, ha cercato di riaprire il caso, richiedendo nuove analisi dei reperti conservati all’ospedale San Raffaele di Milano. Le richieste furono inizialmente respinte, con l’argomento che il Dna sarebbe stato “consumato” durante le indagini. Nel 2022, la pm dell’epoca, Letizia Ruggeri, fu indagata per il trasferimento dei reperti e per la mancata conservazione in catena del freddo. Tra maggio e settembre 2024, la richiesta fu nuovamente respinta e la posizione di Ruggeri archiviata. Il caso di Yara Gambirasio rimane un esempio di come le indagini forensi e le contestazioni legali possano influenzare il destino di un processo.