Shinya Tsukamoto e l’ibridità del corpo e dell’arte

Shinya Tsukamoto parla dell’ibridità del corpo e dell’arte in un saggio presentato a Venezia.

Shinya Tsukamoto, regista giapponese noto per il suo approccio innovativo al cinema, ha parlato dell’ibridità del corpo e dell’arte durante la presentazione del saggio Anatomia dei corpi ibridi, tenutasi il 15 settembre 2026 al Museo d’Arte Orientale di Venezia. L’evento, organizzato in dialogo con Maria Roberta Novielli, ha visto il regista riflettere sul rapporto tra la sua filmografia e i cambiamenti socio-culturali del Giappone, nonché sull’importanza del corpo nella sua visione artistica.

Il corpo come antenne di percezione

Per Tsukamoto, il corpo non è solo una forma fisica, ma un mezzo di percezione e connessione con il mondo. “Vivere significa porre al centro il corpo, quelle «antenne» che possiede in grado percepire molte cose che sono nel mondo”, ha affermato. Questa visione, che mette in primo piano il fisico rispetto all’anima, è alla base del suo lavoro cinematografico, in cui le storie si sviluppano intorno a tre personaggi, di cui uno funge da perno tra il bene e il male. Non saprei spiegarlo, mi viene spontaneo ogni volta che scrivo una sceneggiatura.

La trasformazione artistica dopo il disastro di Fukushima

La svolta artistica di Tsukamoto, avvenuta dopo il terremoto del Tōhoku e l’incidente nucleare di Fukushima, ha portato il regista a esplorare temi di dolore collettivo e inquietudine. “Prima di questa tragedia non avevo idea dell’effetto delle radiazioni, del fatto che permangono per centinaia di anni”, ha rivelato. Questo ha messo fine all’illusione di un futuro sicuro e ha spinto Tsukamoto a rappresentare una forma collettiva del dolore. Inizialmente pensavo di fare un solo film di guerra, ma la situazione del Giappone nei suoi cambiamenti mi ha spinto a farne altri.

Il regista ha anche parlato del rapporto con la professoressa Maria Roberta Novielli, con la quale ha sviluppato l’idea di corpo ibrido. “Le sue analisi sulla cultura e la società, le sue interpretazioni dei film, ancora li devo capire”, ha ammesso Tsukamoto, riconoscendo l’impatto profondo delle sue riflessioni. La collaborazione con Novielli ha portato alla pubblicazione del saggio Anatomia dei corpi ibridi, un lavoro che distilla anni di ricerca e discussioni sul cinema e sulla società nipponica. Nonostante la sua produzione si sia concentrata sulla zona d’ombra degli uomini, Tsukamoto ha espresso un interesse per il cinema horror e il comico. “Mi piacerebbe tornare a girare qualcosa di horror, o comunque di più comico”, ha detto, pur riconoscendo che le inquietudini che lo hanno spinto a fare i suoi ultimi film non diminuiscono. “Ho iniziato a fare film per trovare la mia ragione d’essere a Tokyo, ora questa tensione ha assunto una dimensione collettiva sfociando nei temi della guerra”, ha concluso.

Il saggio di Maria Roberta Novielli, frutto del sodalizio con Tsukamoto, rappresenta un’importante testimonianza della sua evoluzione artistica e della sua riflessione su corpo, società e cinema. La presentazione a Venezia ha segnato un momento significativo per il regista, che continua a esplorare temi complessi attraverso un linguaggio visivo e narrativo unico. Non ci sono nuovi progetti in lavorazione. Tsukamoto ha infatti affermato che, dopo dieci anni di lavoro nella zona d’ombra degli uomini, non ha nuovi progetti in corso. “Sono più dieci anni che lavoro nella zona di ombra degli uomini, mi attrae di più che quella luminosa, ma il mio umore ne risente”, ha spiegato.

Il dialogo tra noi era più semplice e divertente. Il regista ha ricordato come il rapporto con la professoressa Novielli fosse iniziato nel 1995 al Festival del cinema di Locarno, dove la studiosa lo “aggredì di domande”. Il libro ha stupito anche lui per la sua profondità, e il rapporto è ripreso con una nuova Roberta.