Netanyahu respinge piano di Trump per il ritiro da Gaza, in nome della sicurezza nazionale
Netanyahu respinge piano di Trump per il ritiro da Gaza, in nome della sicurezza nazionale

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto il piano di pace presentato da Donald Trump attraverso il Board of Peace, un documento che prevedeva il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza. La decisione, annunciata durante una riunione del gabinetto, è stata motivata da Netanyahu in nome della sicurezza dello Stato e della necessità di resistere, anche contro i propri alleati, quando necessario. L’obiettivo del piano era di raggiungere un accordo tra Israele e Hamas, ma il rifiuto del premier ha messo in discussione i tentativi di mediazione americani.
Disarmo reale e ritiro delle truppe: le condizioni di Netanyahu
Netanyahu ha chiarito che il ritiro delle truppe israeliane da Gaza avverrà solo dopo un «disarmo reale, non fittizio» di Hamas. Tuttavia, la richiesta di consegnare tutte le armi in possesso dei miliziani – comprese quelle pesanti e leggere – appare estremamente ambigua e difficile da soddisfare. Il premier ha anche ribadito la sua posizione di non riconoscimento dello Stato palestinese, affermando che «Finché sarò Primo Ministro, non verrà istituito uno Stato palestinese, né a Gaza né in Giudea e Samaria». Questo atteggiamento, puramente politico, ha reso il piano di Trump inaccettabile per Israele.
Il piano di Trump, presentato a fine luglio, era stato descritto come «storico» e aveva ricevuto l’appoggio di Hamas, che ha ribadito la sua priorità nella piena attuazione dell’accordo. Tuttavia, il rifiuto di Netanyahu ha messo in pericolo non solo il piano di pace, ma anche l’alleanza sunnita tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, siglata a Mecca. L’accordo, simile alla NATO, mirava alla difesa collettiva, ma è già in crisi a causa dei raid dei ribelli Houthi contro i sauditi.
Un’alleanza in crisi e un dibattito interno
Il piano di Trump, sebbene inutilizzato, rimane un simbolo di speranza per i palestinesi, ma la realtà è che il conflitto non si è fermato, e la guerra continua, anche se in forme diverse. Il rifiuto di Netanyahu non rappresenta una sfida diretta a Trump, ma sembra mirato a rafforzare il consenso interno, soprattutto alle porte delle elezioni del 27 ottobre. I sondaggi lo vedono sfavorito, e il leader israeliano sembra voler trascinare la guerra almeno fino al voto, pur mantenendo un controllo stretto sulle operazioni militari. La decisione di Netanyahu non è solo un atto politico, ma anche un messaggio di resistenza: la sicurezza nazionale deve rimanere al primo posto, anche se ciò significa ostacolare i tentativi di pace esterni. Il suo no al piano di Trump, pur se simbolico, è un chiaro segnale che Israele non intende cedere terreno, nemmeno in nome di un accordo di pace.
Nonostante il rifiuto, il dibattito sul conflitto si è spostato verso il Golfo, con la questione di Gaza a occupare un ruolo marginale nel dibattito internazionale. Tuttavia, la situazione a Gaza non è cambiata: i bombardamenti israeliani continuano, e le vittime sono numerose. Anche il dialogo tra Iran e Stati Uniti, sebbene non sia cessato, non ha portato a risultati concreti. Il piano di Trump, pur inutilizzato, rimane un simbolo di speranza per i palestinesi, ma la realtà è che il conflitto non si è fermato, e la guerra continua, anche se in forme diverse.
