L’edilizia italiana ha bisogno di più canapa per sostenibilità e innovazione

L’edilizia italiana potrebbe beneficiare della canapa come materiale sostenibile, ma mancano impianti e coltivazioni locali.

L’edilizia italiana potrebbe trarre vantaggio da un materiale naturale e sostenibile: la canapa. Il settore, in crescita per motivi ambientali, mostra un forte interesse per l’uso di blocchi e intonaci a base di canapa e calce, ma manca una produzione nazionale sufficiente e una rete di trasformazione completa. La canapa, con la sua porosità e capacità di isolamento termico, si presenta come una soluzione alternativa alle costruzioni tradizionali, ma il suo utilizzo in Italia è limitato da una serie di fattori, tra cui la scarsa coltivazione e la mancanza di impianti di trasformazione.

La canapa come materiale costruttivo sostenibile

La canapa, in particolare il canapulo, la parte interna del fusto della pianta, è utilizzata per produrre blocchi e intonaci che offrono proprietà isolanti e traspiranti. Questi materiali, mescolati con calce e acqua, vengono compattati in stampi per formare blocchi di spessore variabile, da 8 a 50 centimetri, adatti a diverse applicazioni. La porosità del materiale permette all’intonaco di assorbire e rilasciare l’umidità, limitando la formazione di condensa. A Venezia, ad esempio, la porosità ha dimostrato di essere utile per i muri esposti all’acqua alta, dove i sali marini possono cristallizzarsi senza danneggiare la struttura.

Un settore in crescita ma con limiti

Nonostante l’interesse crescente, in Italia le aziende specializzate nella canapa sono poche. Secondo Paolo Ronchetti, fondatore di Tecnocanapa, esistono altre tre aziende in Alto Adige, Puglia e Abruzzo. La clientela si sta espandendo, passando da privati attenti all’impatto ambientale a enti pubblici come alberghi, condomini, ospedali e scuole. Il fatturato di Tecnocanapa cresce del 40% all’anno dal 2021. Tuttavia, il settore vive un paradosso: mentre la domanda aumenta, quasi tutta la canapa utilizzata proviene dall’estero, soprattutto dalla Francia, dove la tradizione di lavorazione è consolidata.

La superficie coltivata in Italia si è ridotta drasticamente, passando da oltre 1.500 ettari nel 2018 a circa 500 ettari oggi. Questo livello, secondo gli operatori, è lontano dal fabbisogno industriale. La mancanza di impianti di prima trasformazione, che permetterebbero di produrre il canapulo in modo efficiente, è un fattore cruciale. Negli ultimi vent’anni sono stati avviati almeno cinque impianti, ma nessuno ha funzionato, alcuni per problemi tecnologici, altri per la scala produttiva troppo elevata rispetto a una domanda ancora limitata. La canapa ha un impatto ambientale positivo, con un bilancio di CO2 negativo. La sua capacità di assorbire l’umidità e isolare termicamente la rende un materiale promettente, ma il settore italiano ha bisogno di investimenti, politiche agricole e una rete di trasformazione più solida per poterlo sfruttare appieno.

La canapa richiede una gestione attenta durante la coltivazione e la trasformazione. La sua crescita richiede pochi interventi e non ha bisogno di irrigazione, riducendo l’impatto ambientale. Tuttavia, la sua produzione è ostacolata da normative come il “decreto sicurezza” del 2025, che ha vietato la lavorazione e il commercio delle infiorescenze per motivi legati alla cannabis light. Questo ha creato un clima di incertezza tra gli agricoltori, che si trovano a dover decidere se coltivare canapa o meno, temendo sequestri e sanzioni.

La logistica della canapa è un altro ostacolo. La materia prima viene raccolta in un raggio di 600 chilometri dallo stabilimento, ma il trasporto su lunghe distanze è costoso. L’azienda WLHemp, unica in Italia a produrre impianti di prima trasformazione, ha un’area di produzione equivalente a circa 200 ettari, che copre solo una parte del fabbisogno. La canapa, leggera e voluminosa, richiede un trasporto efficiente, ma la sua scarsa disponibilità locale rende il materiale costoso e poco competitivo rispetto a quello francese.