Detenuto morto carbonizzato a Bancali. Famiglia: “Giuseppe diceva: mi vogliono fare fuori”
Detenuto morto carbonizzato a Bancali. Famiglia solleva dubbi su sicurezza e condizioni.

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Un detenuto è morto carbonizzato a Bancali, in Sardegna, dopo che le fiamme hanno distrutto la sua cella. La famiglia, attraverso la zia Vittoria, ha espresso dubbi e preoccupazioni riguardo alle condizioni in cui si trovava l’uomo e alle misure di sicurezza del carcere. Giuseppe Spanu, 35 anni, era stato aggredito a maggio da altri detenuti e aveva subìto ustioni, motivo per cui era stato trasferito in un’area protetta. La sua morte, avvenuta in seguito a un incendio, ha lasciato la comunità di Nulvi attonita e i familiari in profonda sofferenza.
Condizioni di salute e sicurezza in carcere
Giuseppe aveva disturbi psichiatrici e aveva combattuto per 19 anni per sottrarsi a questa condizione, nonostante l’uso di droghe fin da giovane. «Non c’era una diagnosi effettiva, e negli anni è stato rimbalzato più volte dal CSM al SERT», ha spiegato la zia. L’uomo, purtroppo, non aveva mai espresso l’intenzione di suicidarsi, nemmeno nei momenti più difficili. Tuttavia, negli ultimi tempi aveva manifestato un forte senso di insicurezza, convinto che qualcuno volesse fargli del male. “Mi vogliono fare fuori”, diceva, una frase che ha lasciato i familiari in profonda preoccupazione.
Dopo l’aggressione di maggio, Giuseppe era stato trasferito in un’area protetta e sorvegliata del carcere. Tuttavia, la sua situazione non è migliorata. «Era solo in cella, sebbene ultimamente avesse espresso l’esigenza di interagire con altri detenuti», ha raccontato la zia. La sua ultima visita, avvenuta il 23 luglio, lo ha trovato più sereno, ma preoccupato. «Diceva alla madre: “Se qua dormo mi uccidono”», ha ricordato. La famiglia ha sollevato diverse domande riguardo alle misure di sicurezza e alle procedure di allerta nel carcere, in particolare sulle telecamere di videosorveglianza e sui rilevatori di fumo.
Un’area protetta non sufficiente
«Anche se avesse dato fuoco al materasso in cella con un accendino, quanto si possono propagare le fiamme? In quanto tempo? Quanto è passato prima che qualcuno intervenisse?», ha chiesto la zia. La comunità locale ha raccontato di aver sentito odore di bruciato fin dentro casa, ma nessuno ha potuto intervenire in tempo. La famiglia non ha potuto vedere il corpo di Giuseppe, in attesa dell’autopsia, e la madre non ha ancora visto il figlio.
La morte di Giuseppe ha scosso la comunità di Nulvi, che rimane in lutto per la tragica scomparsa. La famiglia, attraverso la zia Vittoria, ha espresso la sua sofferenza e la richiesta di chiarezza. “Le nostre perplessità e i nostri dubbi non sono campati in aria, vorremmo avere risposte e chiarezza”, ha concluso. La situazione ha suscitato preoccupazioni anche sui social, dove è stato segnalato un aumento di violenza verbale e mancanza di rispetto per il dolore altrui.
