Cesare Dromì: «Ho picchiato Turetta per quello che ha fatto a Giulia Cecchettin»

Detenuto calabrese confessa di aver picchiato Filippo Turetta in carcere, spiegando il motivo legato al femminicidio di Giulia Cecchettin.

Cesare Dromì: «Ho picchiato Turetta per quello che ha fatto a Giulia Cecchettin»
Cesare Dromì: «Ho picchiato Turetta per quello che ha fatto a Giulia Cecchettin»

Cesare Dromì, detenuto calabrese, ha confessato di aver picchiato Filippo Turetta in carcere, spiegando che l’azione era legata al femminicidio di Giulia Cecchettin. L’uomo, attraverso la sua legale, ha detto: «Turetta l’ho picchiato in carcere per quello che ha fatto a Giulia Cecchettin». Dromì, che era in carcere a Montorio (Verona), ha raccontato di aver fatto di tutto per non incontrare Turetta, ma l’incontro è avvenuto e ha portato a un gesto di violenza. L’episodio ha suscitato reazioni e ipotesi, tra cui la possibilità che il detenuto abbia cercato un trasferimento. Tuttavia, Dromì ha smentito questa motivazione, affermando che non ha voluto fare nulla per ottenere un trasferimento.

Un gesto di violenza e le sue conseguenze

Dromì ha spiegato che il suo gesto è stato un raptus, un atto di violenza che lo ha profondamente colpito. «Il gesto l’ho compiuto in un raptus e come uomo me ne vergogno», ha detto attraverso la sua legale. L’uomo ha sottolineato che non ha voluto fare nulla per ottenere un trasferimento, ma ha perso comunque una situazione favorevole nel carcere di Montorio. Ha perso i permessi per buona condotta e il lavoro intramurario, in una parola ha perso una situazione del tutto favorevole. «A Montorio avevo una cella singola, partecipavo alle attività sportive e culturali, i miei difensori erano nella stessa città (Verona), così come anche i miei familiari. Venivo persino seguito da un odontoiatra privato. Ora ho perso tutto questo», ha aggiunto.

Un passato segnato da reati gravi

Dromì ha anche rivelato i suoi precedenti penali, che lo hanno portato a scontare una condanna di 21 anni, 4 mesi e 29 giorni. L’uomo, arrestato nel 2011 a Stanghella (Padova), era ricercato per omicidio, tentato omicidio e rapina. Era un latitante, che trascorreva la maggior parte del tempo in Romania, tornando in Italia solo per visitare la famiglia a Bovolone, in provincia di Verona. In passato, aveva anche avuto contatti con le cosche Sergi e Pesce della ‘ndrangheta. Ora, dopo anni a Montorio, si trova in una nuova fase nel carcere di Treviso.

La legale di Dromì, Alessandra Bisighini, ha espresso il suo disappunto per il gesto di violenza, affermando: «Da parte mia, come avvocata e donna, respingo ogni forma di violenza, come anche il mio assistito, che ha voluto porgere le sue scuse». Dromì ha anche chiesto umilmente perdono ai genitori di Filippo Turetta, che non hanno nessuna colpa per quanto accaduto.

Fonti interne al penitenziario veronese sostenevano che avesse maturato una situazione debitoria nei confronti di altri detenuti e che per questo abbia cercato il trasferimento con tanta perseveranza. Ma lui smentisce: «Non avevo debiti proprio con nessuno». Ha perso una situazione del tutto favorevole, compresa la cella singola e l’accesso a attività culturali e sportive. Il calabrese ora si trova al Santa Bona di Treviso, dove inizia una nuova fase della sua vita in carcere.