Alessandro Impagnatiello non premeditò l’omicidio di Giulia Tramontano: «L’avvelenò per farla abortire, non per ucciderla»
La Corte d’Assise d’Appello conferma l’ergastolo a Impagnatiello, ma esclude la premeditazione, aprendo la via a un eventuale sconto di pena in Cassazione.

Il 27 maggio 2023, Alessandro Impagnatiello uccise Giulia Tramontano, una donna incinta di sette mesi, a Senago, con 37 coltellate, dopo averla avvelenata per mesi. L’omicidio, avvenuto mentre Impagnatiello conduceva una doppia vita con un’amante ignara del suo legame con la vittima, ha scosso l’opinione pubblica e ha acceso dibattiti su responsabilità, premeditazione e diritti delle donne. La Corte d’Assise d’Appello, il 4 settembre 2025, ha confermato la condanna all’ergastolo, ma ha escluso la premeditazione, lasciando aperta la possibilità di un eventuale sconto di pena in Cassazione.
La condanna e l’assenza di premeditazione
La Corte d’Assise d’Appello ha confermato la condanna all’ergastolo all’ex barman, ma ha chiarito che non vi sono prove sufficienti per retrodatare il proposito di uccidere Giulia Tramontano. I giudici hanno sottolineato che l’omicidio non fu il risultato di una deliberazione criminosa coltivata nel tempo, ma fu il frutto di una reazione a un’umiliazione percepita. «L’avvelenò per farla abortire, non per ucciderla», ha scritto la giuria, evidenziando una motivazione diversa da quella di un delitto premeditato.
Le motivazioni della famiglia e la reazione sociale
La sorella di Giulia Tramontano, Chiara, ha espresso forte disapprovazione per la sentenza, accusando lo Stato di non riconoscere la gravità del crimine. «L’ha avvelenata per sei mesi. Ha cercato su internet “quanto veleno serve per uccidere una donna”», ha scritto su social, denunciando una mancanza di sensibilità verso la violenza subita. La famiglia della vittima ha espresso dolore e indignazione, sottolineando che l’omicidio fu il risultato di una relazione tossica e di una mancanza di rispetto per la vita.
La Procura Generale di Milano potrebbe ricorrere in Cassazione per chiedere un riesame della sentenza, cercando di dimostrare che l’omicidio fu il frutto di una deliberazione criminosa. La questione rimane aperta, con la giustizia che dovrà decidere se l’azione di Impagnatiello fu un atto di violenza o un atto di reazione a un’umiliazione percepita.
La storia di un omicidio e le sue conseguenze
Dopo aver avvelenato Giulia Tramontano per mesi, Impagnatiello la uccise con 37 coltellate, incendiando due volte il suo cadavere e spostandolo per quasi quattro giorni per simulare la sua scomparsa. L’omicidio fu il culmine di una relazione in cui la vittima era incinta e la relazione era segreta. In primo grado, Impagnatiello era stato ritenuto capace di intendere e di volere, ma la sentenza di appello ha ridimensionato la gravità del reato, aprendo la porta a un eventuale sconto di pena.
La sentenza ha suscitato reazioni contrastanti. Mentre alcuni hanno visto una giustizia che ha riconosciuto la gravità del crimine, altri hanno sottolineato la mancanza di premeditazione e la possibilità di un eventuale riduzione della pena. La famiglia della vittima, però, ha espresso dolore e disapprovazione, sottolineando che l’omicidio fu il risultato di una relazione tossica e di una mancanza di rispetto per la vita.
La sentenza della Corte d’Assise d’Appello rappresenta un momento cruciale per il caso, con la giustizia che dovrà decidere se l’azione di Impagnatiello fu un atto di violenza o un atto di reazione a un’umiliazione percepita. La questione rimane aperta, con la possibilità di un riesame in Cassazione e con la famiglia della vittima che continua a cercare giustizia e riconoscimento per il dolore subito.
