Federalismo fiscale in crisi: Regioni e Comuni bocciano la riforma per 7,6 miliardi di risorse
Regioni e Comuni contestano il federalismo fiscale per 7,6 miliardi, scontro con il Governo su modelli di compartecipazione.

Il dibattito sul federalismo fiscale si intensifica in Italia, con Regioni e Comuni che bocciano la riforma proposta dal Governo, che prevede l’attribuzione di 7,6 miliardi di risorse a enti locali. Il scontro si concentra su un modello “a costo zero” che, secondo gli enti territoriali, non garantisce l’autonomia finanziaria ma si limita a redistribuire risorse statali. Il Governo, invece, punta a approvare il decreto entro agosto, nonostante la mancanza di un accordo con gli enti locali.
Un modello di compartecipazione statica
Il cuore del contendere risiede nel meccanismo finanziario scelto per attuare il passaggio dai trasferimenti statali all’autonomia di entrata. Il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, ha spiegato che il modello “a costo zero” è stato scelto per evitare di gravare sui conti pubblici statali, che non potrebbero permettersi di rinunciare a quote di gettito future senza coperture certe. Il sistema prevede che agli enti vengano assegnate quote di Irpef di valore pari ai trasferimenti che vengono contestualmente cancellati.
Le Regioni e i Comuni, però, sostengono che questo approccio non è sufficiente. Chiedono compartecipazioni “dinamiche”, ovvero quote che possano crescere in proporzione all’aumento dell’imponibile Irpef nel tempo. Senza questo meccanismo, sostengono, la riforma non è altro che un “arretramento sostanziale”. Nel documento approvato dalle Regioni, si legge che le nuove compartecipazioni, così concepite, finirebbero per configurarsi come “meri trasferimenti statali «mascherati»”, privando il federalismo della sua anima propulsiva.
Fratture politiche e mancanza di dialogo
Il rifiuto espresso in Conferenza Unificata non è solo tecnico, ma ha assunto una chiara connotazione politica. Le Regioni si sono divise: mentre le amministrazioni di centrodestra hanno dato parere favorevole, il fronte del “no” è stato guidato da Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Toscana e Sardegna. Questa spaccatura ha impedito il raggiungimento dell’unanimità necessaria per l’intesa. Oltre alla questione della dinamicità, le Regioni lamentano un «metodo di lavoro molto critico», sottolineando come il testo sia stato cambiato due volte nell’arco di una sola settimana dopo oltre un anno di silenzio. Le Province e i Comuni si sono uniti al coro di proteste, vedendo nell’attuale impostazione una minaccia alla propria autonomia di spesa e di programmazione. I sindaci esprimono particolare preoccupazione per il futuro del fondo trasporti (circa 2,6 miliardi di euro gestiti tramite le Regioni), temendo che il nuovo sistema possa far perdere i vincoli di destinazione di queste risorse.
Le risorse redistribuite e i capitoli dimenticati
Il decreto delinea una precisa redistribuzione delle risorse, seppur all’interno del perimetro dell’invarianza finanziaria. Alle Regioni viene attribuita una compartecipazione Irpef da 5,828 miliardi di euro. Questa cifra andrà a sostituire fondi cruciali come il fondo nazionale per il trasporto pubblico locale (5,259 miliardi), la quota non sanitaria della compartecipazione IVA (424 milioni), le risorse per i libri di testo gratuiti (110 milioni) e il fondo unico per il diritto allo studio (34 milioni).
Le critiche dei governatori non si limitano ai saldi monetari. Il documento delle Regioni evidenzia come il testo lasci fuori capitoli fondamentali della delega fiscale originaria. Tra questi, spicca la mancata attribuzione ai territori del gettito recuperato dalla lotta all’evasione fiscale sulle compartecipazioni (specialmente sull’Iva). Senza questo incentivo, sostengono gli Enti locali, viene meno uno dei principi cardine del federalismo: la responsabilità dell’ente locale nel monitorare e migliorare la fedeltà fiscale sul proprio territorio. Nonostante il “no” delle autonomie locali, l’iter della riforma non si ferma. Il governo sembra intenzionato a forzare i tempi per portare a casa un risultato che ha un’alta caratura politica, specialmente per la Lega, che considera il federalismo una propria bandiera identitaria. Il passaggio odierno in Consiglio dei ministri segna l’inizio di uno sprint parlamentare per ottenere i pareri delle commissioni entro i primi di agosto.
