Simone Forti, l’artista che ridefinito il rapporto tra corpo e performance, è morta a 91 anni
Simone Forti, artista e performer che ha trasformato il rapporto tra corpo e performance, è morta a 91 anni a Los Angeles.

È morta Simone Forti, l’artista che ha ridefinito il rapporto tra corpo e performance, a Los Angeles all’età di 91 anni. Nata a Firenze nel 1935, Forti ha lasciato un’impronta indelebile sulla scena artistica internazionale, trasformando il movimento in pratica estetica e politica. La notizia è stata diffusa da Raffaella Cortese, che la rappresentava dal 2018, ricordandola con «affetto, ammirazione e profonda gratitudine». La sua eredità sarà custodita dal Simone Forti Art Trust.
Un’esperienza di sradicamento che ha plasmato la sua arte
La vita di Simone Forti attraversa alcuni dei principali snodi del Novecento. Nata in una famiglia ebraica a Firenze, lasciò l’Italia nel 1938 dopo l’introduzione delle leggi razziali fasciste. Attraverso Svizzera e Francia raggiunse gli Stati Uniti, stabilendosi infine a Los Angeles, un’esperienza di sradicamento destinata a segnare profondamente la sua sensibilità artistica. Dopo un periodo di studi al Reed College, si trasferì a San Francisco, dove iniziò la formazione con la coreografa Anna Halprin, il cui approccio sperimentale, basato sull’improvvisazione e sull’ascolto del corpo, diventò un elemento fondativo della sua ricerca.
Le Dance Constructions: una svolta nella storia della coreografia
Nel 1959 si trasferì a New York insieme all’allora marito Robert Morris, entrando rapidamente in contatto con la vivace scena artistica del downtown newyorkese, dove si intrecciavano Minimal Art, performance, sperimentazione musicale e le prime esperienze riconducibili all’universo Fluxus. Tra il 1960 e il 1961 presentò le celebri Dance Constructions, otto lavori oggi considerati una svolta nella storia della coreografia contemporanea. Presentate nella Chambers Street Loft Series, organizzata da Yoko Ono, queste opere sostituivano il virtuosismo della danza con azioni essenziali, strutture semplici, oggetti quotidiani e movimenti elementari, trasformando il gesto in un dispositivo di osservazione e relazione.
Si tratta di esperienze che avrebbero influenzato profondamente gli sviluppi della danza postmoderna e anticipato molte riflessioni sulla performance che avrebbero caratterizzato gli anni successivi. Negli anni trascorsi a Roma tra il 1968 e il 1969, frequentando gli spazi de L’Attico e osservando quotidianamente gli animali dello zoo cittadino, sviluppò gli Animal Studies, una ricerca che metteva in discussione il confine tra comportamento umano e animale attraverso disegni e azioni performative.
Un laboratorio permanente per formare generazioni di artisti
Tornata negli Stati Uniti, insegnò al California Institute of the Arts e trasformò i suoi workshop in un laboratorio permanente dedicato all’improvvisazione, formando generazioni di performer e artisti. Nel corso della sua lunga carriera, Forti ha continuato a sviluppare nuove modalità di relazione tra linguaggio e movimento, non perdendo mai di vista una lucidissima osservazione della realtà. Negli anni più recenti elaborò la pratica del Logomotion, comprendente le News Animations, improvvisazioni costruite a partire dalle notizie dei quotidiani, nelle quali il corpo diventava strumento di riflessione sul presente. Nel 2016, insieme a Yvonne Rainer e Steve Paxton, presentò Tea for Three, performance nata dall’amicizia e dal dialogo sviluppato in oltre mezzo secolo di sperimentazione condivisa. Pur essendo spesso associata al Judson Dance Theater, di cui è considerata una fondamentale anticipatrice, e alla Minimal Art, Forti ha sempre preferito definirsi semplicemente una «movement artist», rivendicando una pratica difficilmente riconducibile a una sola disciplina.
