Lo Stato inventa nuovi reati: il populismo penale come strumento di governo

L’Italia si trova di fronte a un fenomeno di populismo penale, con nuove leggi che non risolvono i problemi ma ampliano i poteri di repressione.

Il governo italiano ha introdotto un nuovo reato, la «partecipazione violenta a una manifestazione», punibile con fino a cinque anni di reclusione e ventimila euro di multa, dopo i saccheggi e gli scontri a Milano. Questo provvedimento segue mesi di analoghi interventi, in una legislatura che ha fatto dell’inasprimento delle pene e dell’estensione dei poteri di polizia uno dei principali strumenti di intervento politico. La risposta al disordine sembra spesso consistere nell’aggiungere nuove norme, senza verificare l’efficacia delle precedenti.

La bulimia legislativa e la perdita di capacità decisionale

La bulimia legislativa rischia di compensare la perdita di capacità decisionale della politica, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico a un sistema di procedure, controlli preventivi e repressione successiva la cui efficacia dipende dalla discrezionalità degli apparati. La produzione normativa consente alla politica di intervenire sulla definizione astratta dei comportamenti punibili, mentre il miglioramento della capacità operativa richiederebbe un lavoro meno visibile, fatto di coordinamento, formazione, responsabilità ma soprattutto valutazione dei risultati.

La severità della pena e la possibilità concreta di impedire un reato appartengono a piani differenti, come dimostra anche la letteratura criminologica sulla deterrenza, che attribuisce alla probabilità di essere individuati un’efficacia preventiva più documentata rispetto al semplice aumento delle sanzioni. Secondo i dati riportati dalla Reuters, nella sola giornata di domenica 18 ottobre sono state accompagnate in questura 271 persone ed eseguiti 32 arresti. Le forze dell’ordine hanno impiegato idranti e lacrimogeni, senza riuscire a impedire ulteriori danneggiamenti.

Il populismo penale e la responsabilità delle scelte operative

La questione non riguarda dunque l’assenza di fattispecie penali attraverso le quali perseguire gli autori delle violenze. Anche il bilancio dei disordini milanesi suggerisce una riflessione diversa. La scelta di contenere uno scontro può rispondere a esigenze concrete, soprattutto quando un intervento indiscriminato rischia di coinvolgere manifestanti estranei ai disordini e provocare conseguenze più gravi. La responsabilità delle scelte operative non è mai solo degli agenti, ma di chi dirige gli interventi. La tutela dell’incolumità dei manifestanti non esaurisce i doveri dello Stato nei confronti dei commercianti, dei passanti e dei cittadini che subiscono le conseguenze delle devastazioni. Il problema riguarda dunque la responsabilità delle scelte operative, non la semplice disponibilità di strumenti coercitivi.

Quanto più la gestione dell’ordine pubblico viene ricondotta a protocolli, autorizzazioni e valutazioni preventive, tanto più diventa difficile distinguere la correttezza formale delle procedure dall’efficacia complessiva del servizio. Si può rispettare una successione di disposizioni senza raggiungere l’obiettivo per il quale quelle disposizioni erano state predisposte. La questione investe chi pianifica e dirige gli interventi, prima ancora degli agenti che li eseguono. La discrezionalità degli apparati e la costruzione del pericolo sono parte del fenomeno. L’accumulo di nuove disposizioni presenta però una conseguenza politica ulteriore, che riguarda la loro applicazione. Le norme non operano autonomamente, ma vengono interpretate e utilizzate da prefetture, questure, procure e autorità amministrative sulla base di priorità, informative e valutazioni del rischio.