Il Futurismo come guida per l’IA: il progresso deve rimanere umano
Bovalino: il Futurismo offre una via di mezzo tra paura e entusiasmo per l’IA.
Il sociologo dei media Guerino Nuccio Bovalino, autore del saggio “La Gaia Incoscienza. Immaginari del Tecnopotere”, ha lanciato un appello per tornare al Futurismo come modello per comprendere e guidare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale. «Per l’AI torniamo al Futurismo: il progresso trae origine dall’umano e all’umano deve tendere», ha dichiarato Bovalino. L’idea, spiega, nasce da una riflessione su come la tecnologia non debba diventare un nemico, ma un strumento in grado di ampliare le capacità umane, pur mantenendo al centro l’essere umano.
Un’alternativa tra Apocalittici e Integrati
Il dibattito sull’intelligenza artificiale si divide tra due estremi: da un lato i “Apocalittici”, che vedono nell’IA un pericolo per l’umanità, e dall’altro i “Integrati”, che la considerano un’opportunità per il progresso. Bovalino propone una terza via, ispirata al Futurismo, che mette al centro l’uomo come guida e responsabile del suo sviluppo. «Tra Apocalittici e Integrati esiste una terza via ed è quella dell’«uomo al volante»», spiega, riferendosi a una visione in cui l’uomo non si sottomette alla macchina, ma la guida con intelligenza e responsabilità.
Il Futurismo come modello per l’IA
Il Futurismo, nato nel primo Novecento, ha celebrato la velocità, la forza della macchina e l’uomo nuovo. Ma, secondo Bovalino, il movimento ha anche messo in luce la necessità di controllare la tecnologia e di non permetterle di dominare l’uomo. «Il Futurismo promuove il mito della velocità, la forza della macchina e l’uomo nuovo. Ma è una fiducia in un progresso che deve considerare l’essere umano come elemento centrale e nucleo di ogni cosa», sottolinea. L’idea è che ogni innovazione tecnologica, come l’IA, non debba essere vista come un’entità estranea, ma come una protesi che amplifica le capacità umane.
Bovalino riferisce anche del pensiero di filosofi come Luciano Floridi, che ha proposto di sostituire il termine “intelligenza artificiale” con “agency”, per sottolineare che l’IA non pensa, ma agisce. L’IA non è un cervello elettronico, ma un braccio esteso. Non è una mente, è un moltiplicatore di azioni. Questa visione umanocentrica della tecnologia, che Bovalino ritiene radicata nella cultura italiana, si ispira al Futurismo e al pensiero di intellettuali come McLuhan, che vedeva nell’artista un “radar” in grado di captare il futuro.
Il sociologo sottolinea inoltre l’importanza di un dibattito pubblico che non si limiti a temere o ad adorare l’IA, ma che cerchi un equilibrio tra innovazione e responsabilità. «Non si tratta di fermare la tecnologia, ma nemmeno di affidarsi ciecamente alla sua potenza. Si tratta di creare le condizioni per svilupparla e utilizzarla mantenendo al centro l’essere umano», conclude Bovalino. L’idea, in sintesi, è che il progresso non debba mai dimenticare l’origine umana e che l’uomo debba rimanere il pilota di questa rivoluzione tecnologica.
Bovalino ha anche menzionato il ruolo di figure come Yuval Noah Harari e Peter Thiel, che rappresentano due visioni opposte del futuro tecnologico. «Harari è considerato il nuovo Geremia, che scaglia accuse contro l’IA, mentre Thiel è il Cavaliere oscuro della nuova era postumana», spiega. Il sociologo ritiene che il dibattito europeo stia cercando proprio una posizione nella quale lo sviluppo dell’intelligenza artificiale possa essere accompagnato da una riflessione sulle sue conseguenze sociali, culturali ed etiche. Il Papa Leone XIV ha dedicato la sua prima enciclica all’IA, poiché “è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti”. «Per Leone non basta regolarla, va disarmata e resa ospitale», conclude Bovalino. L’idea è che il genio dell’uomo è coinvolto e responsabile di ciò che nasce grazie a questo potere inedito che sprigionano le intelligenze generative.
