Il 40% del capitale naturale perso in trent’anni, il rischio economico invisibile

Il degrado del capitale naturale mette a rischio l’economia e la vita, con un calo del 40% in trent’anni.

Oggi a Roma si è tenuta la conferenza internazionale “Finance, Business and Natural Capital”, dove è emerso che in trent’anni il capitale naturale globale si è ridotto del 40%, mettendo a rischio la base della vita e dell’economia. Il tema è diventato cruciale per le aziende, con il 92% dei leader aziendali intervistati che ritiene la sostenibilità un vantaggio competitivo. Il degrado del capitale naturale, composto da suoli fertili, acqua pulita e ecosistemi in grado di mitigare gli effetti climatici, rappresenta un rischio economico ancora troppo spesso ignorato nei bilanci aziendali.

Investimenti in natura: un potenziale di valore economico

Gli investimenti nel ripristino della natura, come sottolineato anche dalla Commissione UE, possono generare da quattro a 38 euro di valore economico per ogni euro speso. In Italia, la riqualificazione ecologica potrebbe portare benefici per 2,4 miliardi di euro a fronte di costi di 261 milioni di euro, un rapporto superiore alla media dell’UE. Tuttavia, il divario tra investimenti e degrado è evidente: per ogni dollaro destinato alla protezione della natura, altri trenta continuano a finanziare attività che ne causano la degradazione. Secondo l’ultima edizione dello State of Finance for Nature del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), gli investimenti nelle soluzioni basate sulla natura ammontano a circa 220,4 miliardi di dollari, provenienti per l’89,4% dal settore pubblico. Per raggiungere gli obiettivi al 2030, dovrebbero raggiungere circa 571 miliardi di dollari l’anno, poco meno dello 0,5% del Pil mondiale. Tuttavia, il paradosso è evidente: in Italia, i sussidi ambientalmente dannosi con impatti diretti o indiretti sulla biodiversità hanno superato i 6 miliardi di euro nel 2025.

Il 92% dei leader aziendali si aspetta vantaggi, ma solo l’1% si misura

Sebbene il 92% dei leader aziendali intervistati si aspetti che la sostenibilità diventi un vantaggio competitivo, meno dell’1% delle aziende che pubblicano rapporti di sostenibilità dichiara esplicitamente i propri impatti sulla biodiversità. Questo gap indica una mancanza di consapevolezza su come la dipendenza da risorse essenziali, come la fertilità dei suoli o la capacità degli ecosistemi di mitigare le inondazioni, influenzi la loro attività economica.

La legge europea e il piano nazionale italiano in ritardo

Oltre due anni fa in UE è stata approvata la legge sul ripristino della natura, nonostante il voto contrario del Governo Meloni. Entro oggi, tutti gli Stati membri devono presentare i propri Piani nazionali di ripristino della natura in bozza, con la versione definitiva attesa entro settembre 2027. L’obiettivo è rigenerare almeno il 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030, con un orizzonte di pieno recupero al 2050. Tuttavia, il Piano nazionale italiano è ancora un fantasma: associazioni e cittadini non possono ancora sapere che cosa contenga.

Il ministero dell’Ambiente, nel suo sesto rapporto sullo stato del capitale naturale, ha documentato che il 19,6% del territorio nazionale è già a rischio sotto il profilo ecosistemico. Il degrado del capitale naturale non solo mina la biodiversità, ma rappresenta un rischio economico crescente, con conseguenze che si estendono a livello globale. La transizione verso un’economia decarbonizzata e sostenibile richiede visione, pianificazione e investimenti coerenti, anche se il tema resta ancora troppo spesso invisibile nei bilanci aziendali e nelle strategie di lungo periodo.