Saman Abbas, definitive le condanne per i familiari responsabili del suo omicidio

Le condanne definitive per i familiari di Saman Abbas, uccisa nel 2021 a Novellara, sono state confermate in Cassazione.

La chiusura di un caso di violenza e ribellione

La Cassazione ha confermato definitivamente le condanne per i familiari di Saman Abbas, la giovane pachistana uccisa a Novellara nel 2021. La sentenza, resa pubblica stamane, chiude una storia di dolore e violenza che ha suscitato indignazione e attenzione nazionale. I cinque parenti, tra genitori, cugini e zio, sono stati condannati per aver organizzato e compiuto l’omicidio della ragazza, che aveva rifiutato un matrimonio combinato e aveva scelto di vivere una vita diversa da quella tradizionale del Punjab. La decisione arriva dopo che la Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati, confermando le condanne del secondo grado.

La sua morte è stata una punizione per la sua libertà. Saman Abbas, 18 anni, sparì nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio 2021. Fu trovata senza vita nel novembre 2022, sotto un rudere a pochi metri dall’abitazione familiare. Il corpo era stato strangolato e sepolto in una buca. I suoi cinque parenti, ritrovati uno dopo l’altro nell’arco di tre anni tra l’Europa e il Pakistan, sono stati da subito gli unici indagati per quel delitto. La sentenza di ergastolo per i genitori, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i cugini Noman Ul Haq e Ijaz Ikram, è stata confermata definitivamente. Lo zio Danish Hasnain ha visto condannato a 22 anni di reclusione.

Un delitto premeditato e corale

Secondo l’accusa, Saman fu assassinata per essersi opposta a un matrimonio combinato e per aver scelto di vivere una vita diversa da quella tradizionale. La sua intenzione era di prendere i documenti e partire per vivere con il fidanzato, una relazione che la famiglia non accettava. L’omicidio fu visto come una punizione per la sua libertà e per la sua ribellione alle regole patriarcali. Il procuratore generale Marco Dall’Olio ha sottolineato che la volontà era di impartirle una lezione, e che il delitto fu organizzato nei minimi dettagli, come un atto corale e premeditato.

La sua vita ne è stata la pena. La decisione della Suprema Corte sancisce che la sua morte è stata «una punizione»: «La libertà è stata il suo “reato” agli occhi della sua famiglia». L’omicidio, pur avendo radici culturali proprie, tradisce il ricorso a una violenza estrema e sproporzionata, che realizza la natura turpe e ignobile del movente.

La conferma della sentenza d’appello per il caso di Saman Abbas, sancita stamane in Cassazione, è la chiusura di una storia di dolore. La sua morte ha suscitato un dibattito nazionale sulle forme di violenza contro le donne, soprattutto quelle che provengono da contesti culturali diversi e che si trovano a confrontarsi con tradizioni oppressive. L’avvocata Maria Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna, ha commentato la sentenza come una svolta non solo giuridica, ma anche sociale. «Saman è stata uccisa perché donna ribelle alle regole patriarcali, punita perché si è sottratta al ruolo di subordinazione che l’ordine familiare le imponeva», ha detto.

L’avvocata Rossella Benedetti ha sottolineato che il verdetto riguarda tutte le donne «invisibili» come Saman, che ogni giorno si rivolgono ai centri antiviolenza per chiedere protezione. «Saman è un simbolo di quelle donne che, pur vivendo in un Paese che si dice democratico, continuano a subire violenze e discriminazioni», ha detto. Il caso ha suscitato un dibattito nazionale sulle forme di violenza contro le donne, soprattutto quelle che provengono da contesti culturali diversi e che si trovano a confrontarsi con tradizioni oppressive.