Meta e TikTok sotto accusa per dipendenza patologica tra i giovani, class action a Milano

Famiglie italiane accusano Meta e TikTok di creare dipendenza tra i giovani, iniziativa legale a Milano

Genitori e bambini in udienza a Milano, famiglie accusano Meta e TikTok di dipendenza patologica
Genitori e bambini in udienza a Milano, famiglie accusano Meta e TikTok di dipendenza patologica

Una decina di famiglie italiane ha avviato a Milano una class action contro Meta e TikTok, accusando le piattaforme di favorire la dipendenza patologica tra i più giovani e di aggravare disturbi mentali. L’azione legale, avviata il 14 maggio e con la prossima udienza fissata al 19 novembre, si svolge sotto il coordinamento del giudice Nicola Fascilla. L’obiettivo è dimostrare che i social di Meta e TikTok, attraverso algoritmi e strategie di engagement, generano e aggravano malattie della mente e comportamentali, soprattutto tra i bambini e i ragazzi. La causa, che si ispira a un processo simile negli Stati Uniti, dove Meta ha patteggiato un accordo da poco meno di 17 miliardi di dollari, ha come base prove documentali e testimonianze di genitori e ex dipendenti.

Responsabilità delle piattaforme e strategia di difesa

I legali delle famiglie contestano una strategia «inaccettabile» delle aziende, che attribuiscono la responsabilità della supervisione dei figli ai genitori. Questa posizione è descritta come una difesa ingiustificata, simile a «se l’avvelenatore di un pozzo si difendesse dicendo che i genitori avevano l’obbligo di impedire ai bambini di abbeverarsi». Secondo i ricorrenti, le piattaforme dovrebbero introdurre sistemi per la verifica dell’età e fornire informazioni adeguate sui possibili rischi per la salute mentale. La stima, riportata nel ricorso, indica che circa 3,5 milioni di bambini italiani tra i 7 e i 14 anni sono attivi su Meta e TikTok.

La causa è supportata da documenti e testimonianze, tra cui quelle di ex dipendenti e di genitori. Tra i presenti alla prima udienza c’è Irene Roggero, madre di una bambina di 12 anni morta suicida nel febbraio 2024. Roggero ha raccontato come l’utilizzo dei social e degli algoritmi abbia contribuito ad aggravare una situazione già difficile. «In sei mesi è stata come una malattia fulminante e noi eravamo senza armi», ha spiegato. Le famiglie sostengono che i social non solo non proteggono i minori, ma li espongono a rischi psicologici e comportamentali.

Differenze rispetto al processo statunitense

Se negli Stati Uniti l’obiettivo era costringere Meta a modificare le proprie piattaforme con restrizioni specifiche per gli adolescenti, in Italia le famiglie non chiedono modifiche legislative, ma l’applicazione delle normative già esistenti. «Non stiamo chiedendo al Tribunale di riscrivere la normativa», sostengono i legali, ma di garantire una protezione reale per i minori. La causa, quindi, si concentra su una maggiore responsabilità delle aziende e su una maggiore attenzione alle conseguenze psicologiche del loro modello di business.

La causa, inoltre, ha come base una serie di documenti e testimonianze che, secondo i legali, raccoglierebbero «le verità interne delle aziende emergenti dalla discovery». Tra questi vengono citate ricerche condotte da Meta e testimonianze di ex dipendenti. Le famiglie sostengono che le aziende conoscono gli effetti della dipendenza e la ricerchino deliberatamente, perché sarebbe al centro del loro modello di business. La causa, quindi, non si limita a un danno economico, ma a un impatto profondo sulla salute mentale dei più giovani.