La vita digitale entra nei fascicoli giudiziari: il rischio della prova spazzatura
La vita online diventa prova in giudizio: il rischio di informazioni non verificate e manipolabili.

La vita digitale, una volta condivisa, può diventare parte di un fascicolo giudiziario. È questa la preoccupazione di Alessandro Malacarne, esperto di diritto e autore del saggio “Social network e giustizia penale. Scenari investigativi e probatori”. Il tema, sempre più urgente, riguarda l’uso di contenuti social come prove in un processo penale. Dalla foto su Instagram a un commento su Facebook, i dati che condiviamo ogni giorno possono essere utilizzati per ricostruire fatti di reato. Ma il rischio è che informazioni non verificate, manipolabili o parzialmente alterate possano influenzare il verdetto di un processo.
La prova digitale e i suoi limiti
Un screenshot può bastare come prova in un processo? La risposta non è semplice. Malacarne spiega che, sebbene i contenuti siano pubblici, la loro utilizzabilità non è automatica. Un post può essere cancellato, modificato o condiviso in forma alterata. La semplice reperibilità in rete non equivale alla sua utilizzabilità. Il problema, spiega, è che il sistema giustizia non può disporre una perizia o una consulenza tecnica per ogni singolo screenshot. Il rischio è che informazioni non verificate possano influenzare il processo. La tecnologia ha reso più facile l’indagine, ma non ha risposto a tutti i dubbi. Software e intelligenza artificiale possono ricostruire le attività di una persona, collegando dati da diversi ambienti digitali. Ma esiste un diritto a non essere permanentemente osservati? Malacarne sottolinea che il problema non è solo la tecnologia, ma anche il rispetto dei diritti fondamentali. Il cittadino deve sapere che la sua vita digitale non è completamente al di fuori del controllo dello Stato.
La sorveglianza digitale e i diritti della persona
La polizia sa dove sei e con chi. È una realtà che si sta diffondendo in tutto il mondo. Software e intelligenza artificiale possono ricostruire le attività di una persona, collegando dati da diversi ambienti digitali. Ma esiste un diritto a non essere permanentemente osservati? Malacarne sottolinea che il problema non è solo la tecnologia, ma anche il rispetto dei diritti fondamentali. Il cittadino deve sapere che la sua vita digitale non è completamente al di fuori del controllo dello Stato.
Il rischio è che la sorveglianza digitale possa portare a un effetto chilling. Se si sa di essere osservati, si limita il comportamento. Il messaggio “se non hai niente da nascondere non hai niente da temere” non è più applicabile. La vita online è una parte della vita reale, e il sistema giustizia deve trovare un equilibrio tra protezione dei diritti e l’efficacia delle indagini. Il problema non è solo la tecnologia, ma anche il diritto. Il sistema penale deve adattarsi a una realtà in cui i dati sono detenuti da privati e non solo dallo Stato.
Il rischio aumenta con i deepfake. La falsità può essere totale o parziale, e i dettagli possono incidere notevolmente sulla vicenda giudiziaria. Il problema non è solo la tecnologia, ma anche la capacità del sistema giustizia di rispondere a una realtà in rapida evoluzione. Il rischio è che informazioni non verificate possano influenzare il verdetto di un processo. Il giudice, come ogni essere umano, non è immune al rischio di essere ingannato.
