Taring Padi presenta a Venezia una “contromostra” di resistenza e solidarietà

A Venezia, il collettivo Taring Padi presenta una mostra di resistenza e solidarietà, in dialogo con movimenti globali.

Un grande banner di Taring Padi a Venezia, con slogan anti-fascisti e di autonomia, durante una mostra di resistenza
Un grande banner di Taring Padi a Venezia, con slogan anti-fascisti e di autonomia, durante una mostra di resistenza

Una mostra di resistenza e dialogo tra culture

A Venezia, il collettivo indonesiano Taring Padi ha presentato una “contromostra” che si colloca in dialogo con le lotte globali e le resistenze culturali. L’opera, realizzata in collaborazione con lo spazio sociale Morion, è un grande banner che rappresenta la forza collettiva del popolo, unendo cause e movimenti politici. La scritta in basso, «Abolish fascism, organise autonomy», e i cartelli con gli slogan «Ice out», «No to the genocide pavillion at the Biennale» sono elementi chiave del lavoro, che si inserisce in un contesto di protesta e critica verso istituzioni artistiche.

La mostra è un esempio di come l’arte possa diventare un mezzo di resistenza e di dialogo tra culture.
La produzione del murale è un momento partecipativo, aperto a tutti. Chiunque poteva venire e disegnare o colorare una parte del lavoro, creando un’opera collettiva che riflette l’impegno del collettivo. «La produzione del murale è un momento partecipativo, aperto a tutti, chiunque poteva venire e disegnare delle parti o colorare», spiega Ladija Triana Dewi, tra le artiste che hanno realizzato l’opera a Venezia. Questo approccio si allinea con la filosofia del collettivo, che vede l’arte come strumento di resistenza e di dialogo tra culture.

Un’arte radicata nella politica e nella storia

Per i Taring Padi, l’arte è sempre stata strettamente legata alla dimensione politica. «Noi abbiamo pensato che ci fosse bisogno di una forza artistica e culturale per portare avanti lo spirito di queste lotte», racconta Alexander Supartono, uno dei membri fondatori del collettivo. Il lavoro del collettivo, che nasce nel 1998 dopo la caduta del dittatore Suharto, è stato in passato protagonista di controversie, come nel 2022 quando un’opera esposta a Documenta è stata accusata di antisemitismo. L’opera, intitolata «People’s Justice», raffigurava un personaggio ebreo ortodosco con il simbolo delle SS e un membro del Mossad con il muso di un maiale, suscitando reazioni e critiche.

La mostra a Venezia è il frutto di un dialogo continuo tra il collettivo e diversi movimenti e spazi culturali.
La mostra, realizzata da Sale Docks insieme all’Institute of radical imagination, si colloca in contrapposizione a un certo modo di intendere l’arte espresso anche dalla Biennale, criticata per aver incluso opere di artisti israeliani. «Noi facciamo da sempre un lavoro su due versanti paralleli», spiega Marco Baravalle, curatore di Sale Docks. «Quello dell’organizzazione delle lotte dei lavoratori dell’arte e quello della nostra progettualità curatoriale». Quest’anno, i due piani coincidono più che mai, con la campagna Anga (Art not genocide alliance). La mostra, che si svolge a Venezia, è un esempio di come l’arte possa diventare un mezzo di resistenza e di dialogo tra culture, spazi e movimenti.