L’economia umbra mostra segni di ripresa, ma si divide tra Terni e Perugia

L’economia umbra mostra segni di ripresa, ma si divide tra Terni e Perugia, con differenze significative tra le province.

L'economia umbra mostra segni di ripresa, ma si divide tra Terni e Perugia, con differenze significative tra le province
L’economia umbra mostra segni di ripresa, ma si divide tra Terni e Perugia, con differenze significative tra le province

Un’immagine di ripresa, ma a due velocità

L’economia umbra tira il fiato e mostra i primi segnali di miglioramento, ma lo fa a “due velocità”. È quanto emerge dalla prima analisi dei bilanci 2025 depositati nel 2026, una fotografia ancora parziale ma sufficiente per tracciare le tendenze della “Corporate Umbria”, ovvero la parte più strutturata del tessuto imprenditoriale regionale. Se da un lato i dati restituiscono un quadro più favorevole rispetto al passato e al resto del Paese, dall’altro emerge una frattura netta tra la provincia di Perugia e quella di Terni, che sembrano seguire strategie opposte per uscire dalla crisi di competitività.

La ripresa si fonda su un recupero dei margini operativi, ma il divario tra le due province rimane marcato. Il valore aggiunto medio per impresa vola in Umbria (+11,2%), mentre crolla in Italia (-12,5%) e nelle Marche (-15,7%). Anche l’utile medio tiene: 104.399 euro in Umbria (in leggero rialzo), contro i 130.507 italiani (in forte calo). La vera notizia è il recupero dell’Ebitda margin, che sale all’8,8%, riducendo il distacco dalla media nazionale.

Terni si snellisce, Perugia investe

Terni è il motore del miglioramento dei margini. Qui l’Ebitda margin compie un balzo impressionante, passando dal 7,6% al 10%, superando per la prima volta la media italiana provvisoria. Come ci è riuscita? Aumentando l’efficienza e la capacità di trattenere valore su ogni euro prodotto. Tuttavia, questo risultato arriva in un contesto di contrazione: il valore della produzione medio ternano è crollato del 24,6%, e lo stock di capitale (impianti e macchinari) si è ridotto. In pratica, le imprese di Terni sono più “snelle” e redditizie, ma producono meno volume e investono meno in termini patrimoniali.

Perugia segue la strada opposta. L’utile medio scende leggermente (-2,3%) e il margine operativo ristagna all’8,5%, ma la provincia spinge sull’acceleratore degli investimenti. Le immobilizzazioni materiali crescono del 18,9%, trainando il valore della produzione (+7,5%) e il valore aggiunto (+14,3%). Perugia scommette sulla crescita dimensionale e sugli impianti, anche a costo di comprimere leggermente i margini immediati.

Il ritardo sul capitale immateriale pesa sulle imprese. Software, brevetti, licenze e avviamento valgono in Umbria circa 77 mila euro per impresa, in calo del 10,7%. Il confronto con il resto d’Italia è impietoso: la media nazionale è di 264 mila euro, in Toscana si superano i 374 mila. “Non tutte le spese per innovazione finiscono tra le immobilizzazioni – si precisa nel rapporto – ma il divario segnala una limitata accumulazione di capitale tecnologico e conoscitivo”.

La produzione della “Corporate Umbria” sfiora i 40 miliardi di euro, e ogni punto percentuale di Ebitda margin corrisponde a circa 400 milioni di euro. Se l’Umbria raggiungesse il livello delle Marche (10,3%), genererebbe circa 600 milioni di euro in più di margine operativo lordo. Risorse che potrebbero essere reinvestite in innovazione, rafforzamento patrimoniale e riduzione del debito. L’analisi dei bilanci 2025 lascia intravedere una regione in movimento, capace di recuperare terreno su alcuni fronti, ma ancora divisa al suo interno e troppo lenta nell’abbracciare l’innovazione tecnologica. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare la “muscolosità” produttiva in intelligenza competitiva, colmando il divario su quei beni immateriali che, oggi, fanno la differenza nei mercati globali.