Donne in cerca di rifugio: un luogo di speranza e protezione

Donne in cerca di rifugio trovano conforto in un centro di accoglienza.

Donne in un rifugio di accoglienza, sedute intorno a un tavolo con caffè, in un ambiente protetto
Donne in un rifugio di accoglienza, sedute intorno a un tavolo con caffè, in un ambiente protetto

Una donna di 57 anni, trans, ha trovato un rifugio in un centro di accoglienza a Milano. Dopo anni di sofferenza, di perdite e di isolamento, ora si sente al sicuro. È Patricia, una delle tante donne che vivono nel Padiglione Cielo Stellato dell’Opera Cardinal Ferrari. Lì, con altre sei “sorelle”, si sente protetta, lontano dal buio che l’ha accompagnata per anni. La vita per strada per le donne può essere devastante, ma in questo luogo si cerca di costruire un nuovo inizio.

Un altare di ricordi e speranza

Patricia ha creato un altare-davanzale con oggetti che le ricordano la sua vita. Un angioletto di ceramica, una statuetta con due figure alate, un volume del Vangelo. Ogni oggetto ha un significato, un ricordo. “Nei momenti più difficili, ho trovato sempre forza tra queste pagine. Altrimenti davvero non so…”, dice, mentre i suoi grandi occhi neri sembrano raccontare una storia lunga e dolorosa. La sua vita è stata segnata da lutti, da malattie, da un lavoro perso. Dal 2019, per lei, è iniziato un periodo devastante.

Un rifugio per donne senza casa

Il Padiglione Cielo Stellato è un luogo protetto per donne senza fissa dimora. Lì, si trovano persone provenienti da oltre novanta Paesi, ma ad aumentare sono soprattutto gli italiani. Gli stranieri extra UE crescono del +7,6%, mentre gli italiani aumentano del +11,5%. La struttura offre sette stanze, una cucina e un salottino. Ogni donna ha il suo spazio, ma si sente parte di una comunità. “Qui ti senti in salvo”, dice Valeria, 68 anni, con un sorriso ampio. La fragilità non sempre si vede, ma è lì, nel silenzio e nei ricordi.

Alfiya, 86 anni, è nata in Ucraina e ha sempre fatto la badante. Ora, però, non ha nessuno che si prenda cura di lei. I figli sono sotto le bombe. “Ho sempre paura, tanta paura”, dice, mentre sembra ancora più piccola. Maja, 64 anni, ha lasciato la Bulgaria 25 anni fa. Ha trovato un nuovo inizio, ma non senza dolore. “Come un pò tutte”, dice, mostrando una cicatrice sul petto. Ogni storia è diversa, ma condivisa. Ogni donna ha un bagaglio che si apre a fatica: solitudine, precarietà, malattia, separazioni.

La struttura è un punto di riferimento per chi non ha più un posto dove andare. Marta Azzolina, educatrice, spiega che “di donne che frequentano il centro diurno attiguo, con la mensa e le docce, ce ne sono sempre di più”. Ma per questi sette posti letto, si cerca di intercettare casi che richiedono un sostegno urgente. “Una scelta non facile, perché le storie difficili qui sono davvero tante”, dice. I dati mostrano un forte aumento degli ingressi al centro diurno: da 67 mila nel 2024 a 76 mila nel 2025. L’uso delle docce aumenta del 14%, mentre le colazioni del 24%. Gli accessi al punto medico crescono del 35%. Il 59% delle persone accolte non ha alcun reddito.

Il rifugio è una casa temporanea, ma per molte donne è un inizio. L’obiettivo è accompagnare le ospiti verso l’autonomia abitativa e il reinserimento sociale. “Aiutandole a ritrovare fiducia nelle proprie capacità e a ricostruire progressivamente il proprio progetto di vita”, conclude Azzolina. Per ora, però, le storie restano incastrate, ripiegate come abiti in un armadio. “Bisogna essere combattenti”, dice Patricia. Ma per ora, si prende il caffè, tutte insieme, al sicuro.