Donna romana a processo per minacce alla famiglia Ciontoli
Donna romana 43enne a processo per minacce alla famiglia Ciontoli dopo servizio su omicidio Vannini
Una donna romana di 43 anni è finita a processo per aver pubblicato un video su Facebook in cui ha insultato e minacciato la famiglia Ciontoli, accusata di aver partecipato all’omicidio di Marco Vannini. L’episodio, avvenuto dopo la diffusione di un servizio de “Le Iene” sulla vicenda, ha portato alla denuncia della famiglia Ciontoli, che ha sporto querela per diffamazione aggravata. La donna, che sarà imputata il prossimo 8 ottobre, è difesa dagli avvocati Pietro e Gian Maria Nicotera.
Minacce dopo un servizio di inchiesta
La donna, al termine di un servizio de “Le Iene” sulla morte di Marco Vannini, ha pubblicato un video su Facebook in cui ha rivolto frasi offensive e minacce alla famiglia Ciontoli. Tra le frasi, si legge: “io te voglio incontrà per strada Martina Ciontoli, arrivi dopo mezz’ora al pronto soccorso”, “Federico a te vojo dà na bomba in faccia”, e “Ciontoli Antonio magari te scoppia er core”. Le minacce, secondo i legali, sono state dettate da un momento di emozione e non da una reale volontà di compiere atti violenti.
La famiglia Ciontoli, una volta venuta a conoscenza dell’esistenza del video, ha sporto denuncia per diffamazione aggravata. Antonio Ciontoli, condannato a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale, è stato accusato dell’uccisione di Marco Vannini, un 21enne morto in seguito a un colpo di pistola nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2015, mentre era a casa della fidanzata a Ladispoli. I figli di Ciontoli, Martina e Federico, e la moglie Maria Pezzillo sono invece stati condannati a 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo in omicidio volontario.
Un processo che si avvia
La donna, che vive a Roma, è stata notificata dell’imputazione e si prepara al processo che si terrà il prossimo 8 ottobre. I legali hanno espresso la loro disponibilità a difenderla, sottolineando che le sue dichiarazioni non costituiscono un reato concretamente commesso. La famiglia Ciontoli, invece, ha espresso la sua preoccupazione per le frasi offensive e le minacce rivolte a membri della sua famiglia.
Le minacce non hanno alcuna efficacia intimidatoria, affermano gli avvocati della donna. Secondo loro, le frasi sono state pronunciate in un momento di emozione e non con l’intenzione di danneggiare. Non c’è stata una reale volontà di compiere quei gesti, sottolineano i legali, che ritengono che si tratti di un sfogo emotivo, non di un atto volto a commettere reati.
Il caso rappresenta un esempio di come le dichiarazioni fatte in contesti di inchiesta possano generare conseguenze legali, anche se non si tratti di atti concreti. La giustizia dovrà valutare se le parole siano state pronunciate con intenzione di danneggiare o se siano state semplicemente un’espressione di rabbia o disappunto.
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