Il concorso di Venezia non rappresenta il cinema di oggi
Il concorso di Venezia 2026 vede solo una regista su venti, sollevando interrogativi sulla rappresentanza e sull’equilibrio di genere nel cinema.

Il concorso di Venezia 2026 ha visto solo una regista su venti, un dato che ha suscitato dibattito e riflessione su come il cinema contemporaneo venga rappresentato. La scarsità di opere firmate da donne nel concorso principale ha messo in luce una situazione che, sebbene non sia nuova, continua a suscitare preoccupazioni. La questione non riguarda solo il numero, ma anche il tipo di sguardi e le forme di esclusione che il sistema cinematografico non riesce a superare.
Un sistema che non si adatta al presente
La struttura di selezione dei festival, basata su una divisione binaria tra uomini e donne, non riesce a catturare la complessità del cinema contemporaneo. L’idea di misurare la rappresentanza solo in base al sesso anagrafico di chi firma la regia rischia di ridurre una battaglia culturale a un semplice esercizio di quote. Questo approccio, pur necessario come correttivo strutturale, non garantisce la pluralità di sguardi che un festival internazionale dovrebbe restituire.
Un’alternativa al binario
La teoria femminista del cinema, sviluppata negli anni Settanta, ha identificato lo sguardo cinematografico dominante come strutturalmente maschile. Questo non significa che solo i registi uomini siano responsabili del dominio, ma che il modo in cui vengono inquadrati, montati e desiderati l’immagine colloca lo spettatore in una posizione di potere codificata al maschile. La questione non è solo il sesso di chi firma la regia, ma il punto di vista che un’opera costruisce e mette in circolazione. Un regista uomo può costruire uno sguardo che decentra il maschile; una regista donna può, altrettanto legittimamente, riprodurre gli stessi schemi narrativi e visivi che si vorrebbero superare. Ridurre la questione della rappresentanza al conteggio anagrafico rischia di trasformare una battaglia culturale complessa in un esercizio di quote, che, per quanto necessario nel breve periodo, non garantisce da solo la pluralità di sguardi che un festival internazionale dovrebbe restituire.
La scarsità di registe nel concorso di Venezia non va derubricata a semplice questione di categorie superate. La prima ragione è strutturale: il concorso di un grande festival internazionale non è solo una vetrina, ma un dispositivo di consacrazione culturale. Determina chi ottiene successo e distribuzione internazionale, chi accede ai finanziamenti per il film successivo, e rappresenta una forma di riconoscimento culturale necessaria. Se quel dispositivo continua a selezionare in stragrande maggioranza uno stesso tipo di autorialità, l’effetto non è neutro, ma finisce con autoalimentarsi, perché i registi che oggi hanno accesso ai budget, alle produzioni internazionali e alle reti di distribuzione capaci di portare un film pronto per Venezia sono in larghissima parte uomini.
La seconda ragione riguarda proprio l’obiezione anticipata da Alberto Barbera, il direttore della Mostra, quella della “qualità adeguata”: è un argomento che la storia della critica femminista al canone cinematografico conosce bene, perché è lo stesso, oggi inaccettabile, che per decenni ha giustificato l’assenza delle donne da ogni lista di grandi autori. Non significa che la sua versione 2026 sia in malafede, ma significa che questa affermazione deve essere problematizzata con altre domande: quali sono le condizioni materiali, produttive, di accesso al finanziamento che portano meno film di registe a raggiungere lo stadio di pronto per un concorso come quello di Venezia?
La terza ragione è che l’intersezionalità non rende il dato di genere irrilevante: lo complica, lo aggrava. Una regista sola su venti è già un segnale eloquente, ma il dato numerico da solo non basta. Il concorso, che pure ha sempre mostrato la consueta apertura ad Asia e Medio Oriente, resta uno spazio in cui l’intersezione fra genere, provenienza non occidentale e accesso ai grandi budget produttivi si restringe drasticamente, fino quasi a scomparire. La domanda giusta non è più soltanto “quante donne”, ma quali donne, da dove vengono, con quali mezzi produttivi alle spalle.
