Nims Dai, il simbolo dell’alpinismo nepalese che ha sfidato l’impossibile
Nims Dai, scalatore nepalese morto in valanga, ha riscritto l’alpinismo con record e imprese straordinarie.

Un simbolo dell’alpinismo nepalese
Nims Dai, noto anche come Nirmal Purja, è morto a 43 anni nella valanga sul Broad Peak, una delle montagne più alte del mondo. Il leggendario scalatore aveva conquistato le quattordici montagne più alte del pianeta in 189 giorni e partecipato alla prima invernale del K2. La sua impresa, ribattezzata Project Possible, ha trasformato il modo di guardare agli Ottomila, introducendo una dimensione nuova fondata sulla rapidità, sull’organizzazione logistica e sull’enorme capacità di recupero fisico. Purja, nato in Nepal in una famiglia di militari, aveva trascorso 16 anni nell’esercito britannico, una decina dei quali nelle unità speciali della Royal Navy. Questa esperienza lo ha segnato profondamente, influenzando il suo stile di scalata: meticolosa preparazione, tempi serrati, obiettivi chiari.
Un gesto simbolico in alta quota
Durante la sua ultima spedizione sul Broad Peak, Purja ha guidato un gruppo composto da sei alpinisti nepalesi e quattro stranieri. Il gruppo si trovava a un’altitudine compresa tra i 6.500 e i 7.000 metri quando è stato investito dalla massa di neve. Da quel momento i contatti si sono interrotti. Quattro corpi sono stati recuperati il giorno successivo, mentre per gli altri componenti della spedizione, tra cui Purja, le autorità hanno escluso la presenza di sopravvissuti. A confermare la morte dello scalatore è stata Elite Expeditions, la società di alpinismo da lui fondata. «È con profonda tristezza e immenso dolore che confermiamo che Nirmal Purja ha tragicamente perso la vita», ha annunciato il gruppo.
Un riscatto collettivo
Per Purja, la montagna era anche uno strumento di riscatto collettivo, un modo per riconoscere il contributo degli alpinisti nepalesi alle grandi spedizioni himalayane. Non più soltanto guide o portatori d’alta quota, ma protagonisti e autori delle imprese. Il suo obiettivo era mettere in primo piano gli scalatori nepalesi, troppo spesso rimasti nell’ombra delle grandi imprese occidentali. La sua attività era accompagnata anche da critiche. Alcuni puristi contestavano la velocità delle ascensioni, l’impiego di ossigeno supplementare e il modello commerciale delle spedizioni. Ma anche i detrattori gli riconoscevano una forza fisica fuori dal comune, una straordinaria capacità organizzativa e il coraggio di intervenire più volte per soccorrere alpinisti in difficoltà.
Un leggendario in una valanga
Purja aveva già cambiato il modo di guardare agli Ottomila, introducendo una dimensione nuova, fondata sulla rapidità, sull’organizzazione logistica e sull’enorme capacità di recupero fisico. La sua impresa sul K2, nel gennaio 2021, fu un altro momento di riconoscimento. Il gruppo raggiunse insieme la vetta, avanzando compatto negli ultimi metri e cantando l’inno nazionale nepalese. Fu un gesto dal forte valore simbolico. Il suo record fu superato nel 2023 dalla norvegese Kristin Harila e dal nepalese Tenjen Lama Sherpa, che completarono le quattordici vette in 92 giorni. Ma l’impresa di Purja aveva già cambiato il modo di guardare agli Ottomila, introducendo una dimensione nuova, fondata sulla rapidità, sull’organizzazione logistica e sull’enorme capacità di recupero fisico. La sua attività è stata accompagnata anche da critiche, ma anche i detrattori lo riconoscevano come un atleta carismatico e controverso, sempre pronto a spostare più avanti il limite.
