Il voto di preferenza: un mezzo per ridurre l’astensionismo e il potere dei capilista
Il voto di preferenza potrebbe ridurre l’astensionismo e limitare il potere dei capilista, come dimostrato da esperienze passate.

Il voto di preferenza, una pratica che ha avuto un ruolo cruciale nel passato, potrebbe tornare utile oggi per ridurre l’astensionismo e limitare il potere dei capilista. Il tema è stato affrontato da un ex scrutatore, che ha raccontato come, negli anni Sessanta, gli elettori di un quartiere popolare e antifascista, a Torino, avevano espresso preferenze in modo coerente e organizzato, quasi come una cantilena. Questo fenomeno, che ha avuto un impatto significativo sulle elezioni, è tornato in primo piano negli anni Novanta, quando si è verificato un clamoroso scandalo di manipolazione delle preferenze. Il caso di Napoli-Caserta ha rivelato come alcuni capilista, come Antonio Gava (Dc), Giulio Di Donato (Psi) e Francesco Di Lorenzo (Pli), avevano un forte interesse nel gonfiare il loro bottino di preferenze per dimostrare il loro sostegno popolare e tradurlo in potere politico.
La preferenza unica e il controllo dei partiti
La pratica delle preferenze ha avuto conseguenze politiche notevoli, come dimostrato da un libro pubblicato nel 1993, “Votare un solo candidato”, che analizza l’uso e le conseguenze della preferenza unica in diverse circoscrizioni. Gli elettori non avevano difficoltà nell’avvalersene, e non si sono verificati fenomeni di scambi impropri, brogli o corruzione. La legge elettorale, tuttavia, è rimasta un tema dibattuto, con proposte di riforma che miravano a ridurre la proporzionalità o a introdurre un sistema maggioritario. Il dibattito ha portato alla formazione di un Comitato per la Riforma Elettorale, presieduto da Mario Segni, che ha cercato di abrogare la legge elettorale, ma è stato bloccato dalla Corte Costituzione.
Il referendum del 1991 ha avuto un impatto sorprendente, con il 62,5% degli elettori che si sono recati alle urne, il 95,57% dei quali ha votato “sì” a una riforma elettorale in senso maggioritario. Questo risultato ha dimostrato come il voto di preferenza potesse essere un mezzo per ridurre l’astensionismo e permettere agli elettori di esprimere una scelta più libera. La competizione per le preferenze, infatti, ha reso possibile l’ingresso in Parlamento di esponenti della società civile, altrimenti surclassati dai politici di mestiere.
Un sistema elettorale che privilegia i capilista
La legge Calderoli (2005), che ha introdotto liste bloccate, ha limitato questa possibilità, ma la preferenza unica è rimasta un tema dibattuto, soprattutto tra i partiti di destra, che continuano a opporsi al voto di preferenza. Inoltre, la competizione per le preferenze con la possibilità di votare la candidatura più gradita può riportare alle urne una parte di astensionisti. Il voto di preferenza, quindi, non è solo un mezzo per scegliere un candidato, ma un’arma per ridurre il potere dei capilista e dare maggiore autonomia agli elettori.
La preferenza unica, se reintrodotta, potrebbe aiutare a ridurre l’astensionismo e a dare voce a una parte di elettori che si sentono esclusi dal sistema politico. Inoltre, potrebbe permettere alle donne di fare appello al voto di tutti coloro che credono nel loro punto di vista. Il dibattito sull’elettorato e sulle preferenze è ancora aperto, ma il voto di preferenza potrebbe essere una soluzione per un sistema politico più democratico e partecipativo.
