La Convenzione sui rifugiati, 75 anni dopo, si trova in un momento di crisi
La Convenzione sui rifugiati, 75 anni dopo, si trova in un momento di crisi e di tensioni internazionali.

La Convenzione sui rifugiati, approvata il 28 luglio 1951, dopo 75 anni, si trova in un momento di forte tensione e di contestazione. Il testo, nato per garantire protezione internazionale a chi fugga da guerre, persecuzioni e violenze, oggi viene messo in discussione da politiche di chiusura, rimpatri forzati e una crescente diffidenza verso i diritti umani. Mentre il numero di persone costrette a fuggire aumenta, gli Stati dell’Unione Europea e altri governi sembrano abbandonare il principio del “non-refoulement”, che vieta di respingere i rifugiati verso luoghi di pericolo. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR), l’unica istituzione che cerca di salvaguardare i diritti di chi è in fuga, non ha potere di coercizione e si trova in una situazione di debolezza finanziaria e politica.
La crisi dei rifugiati e la politica di chiusura
La Convenzione, che ha visto la firma di 26 nazioni tra cui l’Italia, è diventata un pilastro del diritto internazionale. Tuttavia, negli ultimi anni, il suo principio centrale, il “non-refoulement”, è stato messo in discussione da politiche di estrema destra e da governi che preferiscono la sicurezza nazionale al diritto internazionale. L’Italia, sostenuta da altre nazioni, ha deciso di sospendere il trattato di libera circolazione di Schengen, chiudendo le frontiere aeree e marittime con la Spagna. Questo ha portato a un aumento del numero di migranti che cercano di entrare in Europa, come dimostrato dall’insolita invasione di circa 60.000 persone a Ceuta, enclave spagnola al confine con il Marocco. La situazione ha causato almeno 57 morti e ha visto oltre 48mila persone rientrare nel territorio nordafricano.
La politica di rimpatri e i “hub di ritorno”
La politica dell’Unione Europea, con il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, ha introdotto misure che permettono ai governi di respingere i richiedenti asilo e di delegare la gestione delle richieste a paesi esterni. Questo ha portato a una crescente diffidenza verso il diritto internazionale e a una maggiore pressione su paesi come l’Algeria, il Marocco e l’Africa. L’UNHCR, pur lavorando per garantire il diritto di asilo, non ha potere di coercizione e si trova in una situazione di debolezza finanziaria. Il bilancio approvato per il 2026 è di 8,5 miliardi di dollari, ma solo il 31% è stato finanziato. Questo ha reso difficile l’implementazione di programmi che proteggono i rifugiati e che sono necessari in un momento di crisi.
La situazione è ulteriormente complicata dall’aumento dei conflitti armati, che nel 2025 ha visto il Comitato Internazionale della Croce Rossa registrare oltre 130 conflitti attivi. Questo ha portato a un aumento del numero di persone costrette a fuggire, con oltre 41 milioni di rifugiati e 117 milioni di sfollati. L’UNHCR ha lanciato una campagna globale, chiamata The Promise, per rinnovare il sostegno alle persone in fuga e per mantenere viva la promessa fatta 75 anni fa. Tuttavia, la politica di chiusura e di rimpatri forzati sembra essere la strada scelta da molti governi, anche se questa scelta mette in pericolo i diritti umani e la solidarietà internazionale.
La crisi dei rifugiati, 75 anni dopo la Convenzione, rappresenta un momento di tensione e di sfida per il diritto internazionale. Mentre l’UNHCR cerca di mantenere viva la promessa di protezione, gli Stati sovranisti e populisti sembrano preferire la sicurezza nazionale al rispetto dei diritti umani. La situazione richiede una riflessione e una collaborazione internazionale per trovare soluzioni che rispettino i principi fondamentali della Convenzione e che garantiscano la protezione a chi è in fuga.
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