Tariffe USA colpiscono il 42% delle esportazioni di stati brasiliani
Tariffe Usa colpiscono il 42% delle esportazioni di stati brasiliani, con Cearà e Santa Catarina tra i più colpiti.
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Le tariffe imposte dagli Stati Uniti hanno colpito il 42% delle esportazioni di diversi stati brasiliani, con un impatto particolarmente forte su regioni come il Cearà, lo Spirito Santo e Santa Catarina. L’analisi, condotta da un’indagine basata sui dati del Mdic, ha evidenziato come alcune regioni siano state più danneggiate rispetto ad altre, a causa della loro dipendenza dal commercio estero e della complessità delle loro catene produttive. Tra i prodotti più colpiti, ci sono semimanufaturati di acciaio, mel, granito e calzari di gomma, con effetti che si propagano lungo tutta la catena di approvvigionamento.
Il Cearà: il più colpito per la sua industria siderurgica
Il Cearà è risultato uno dei territori più colpiti, con il 46% delle sue vendite estere dirette verso gli Stati Uniti e il 91,3% del suo commercio con gli americani interessato da tariffe. Secondo il ricercatore del FGV Ibre, João Mário de França, la regione ha subito un impatto significativo fin dall’inizio delle tariffe, a causa della sua forte dipendenza dall’industria siderurgica, tarifata dalla sezione 232. Inoltre, la pauta di esportazione del Cearà è molto concentrata negli Stati Uniti, con il 7,1% delle sue esportazioni dirette verso il Messico.
La concentrazione delle esportazioni negli Stati Uniti ha reso il Cearà particolarmente vulnerabile alle tariffe.
Le tariffe hanno colpito in particolare i semimanifaturati di ferro o acciaio, seguiti da pedre di cantaria e paste chimiche di legno. Nonostante l’impatto, Rocha ha sottolineato che alcuni prodotti potrebbero trovare nuovi mercati o mantenere i loro acquirenti statunitensi, in quanto il Brasile è l’unica fonte per alcuni beni. Cavalcante, ricercatore della Fipe, ha aggiunto che l’effetto delle tariffe varia in base alla natura dei prodotti, con alcuni che mantengono la domanda nonostante l’aumento dei prezzi.
Lo Spirito Santo: un’apertura commerciale doppia rispetto alla media
Lo Spirito Santo, invece, ha un grado di apertura commerciale doppio rispetto alla media nazionale, con il 62,7% del suo PIL derivante da esportazioni e importazioni. Il 68,6% delle sue esportazioni verso gli Stati Uniti è stato interessato da tariffe, con un impatto che tocca il 27% delle sue vendite totali. Secondo il direttore dell’Instituto Jones dos Santos Neves, Antônio Ricardo Freislebem da Rocha, l’effetto delle tariffe non significa necessariamente un chiusura del mercato, ma richiede una diversificazione delle esportazioni e una maggiore attenzione ai mercati alternativi.
La forte apertura commerciale dello Spirito Santo ha reso la regione particolarmente esposta alle tariffe.
Le tariffe hanno colpito in particolare i semimanifaturati di ferro o acciaio, seguiti da pedre di cantaria e paste chimiche di legno. Nonostante l’impatto, Rocha ha sottolineato che alcuni prodotti potrebbero trovare nuovi mercati o mantenere i loro acquirenti statunitensi, in quanto il Brasile è l’unica fonte per alcuni beni. Cavalcante, ricercatore della Fipe, ha aggiunto che l’effetto delle tariffe varia in base alla natura dei prodotti, con alcuni che mantengono la domanda nonostante l’aumento dei prezzi. Santa Catarina, con il 12,1% delle sue esportazioni dirette verso gli Stati Uniti e il 80,7% delle sue esportazioni tarifate, si colloca al terzo posto tra i territori più danneggiati. Tra i prodotti più colpiti, ci sono la legname e i componenti per veicoli, come accessori di carrozzeria e freni. Il grado di apertura economica del stato è elevato, con il 45,3% delle sue esportazioni e importazioni rispetto al PIL. Alagoas, invece, ha il 98,4% del suo commercio interessato da tariffe, con il zucchero di canna come prodotto principale esportato verso gli Stati Uniti.
Le tariffe hanno avuto un impatto diverso a seconda delle regioni, con il Centro-Ovest che ha subito un effetto minore rispetto al Nordest. Secondo França, il ricercatore del FGV Ibre, l’impatto diseguale sottolinea la necessità per i territori più colpiti di diversificare la loro pauta di esportazione e trovare nuovi mercati. L’analisi ha considerato come “taxati” i prodotti che avevano almeno una delle due aliquote analizzate (25% o 12,5%), mentre solo i prodotti isentati da entrambe sono stati classificati come tali.
