Ice, la campagna di arresti negli aeroporti USA continua senza sosta
Nuovi arresti negli aeroporti Usa per immigrazione, tensioni crescenti e accuse di terrorismo.

Da settimane, agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) in borghese fermano passeggeri negli aeroporti degli Stati Uniti, utilizzando dati forniti dall’Transportation Security Administration (Tsa). L’operazione, definita “a strascico”, ha visto un incremento significativo degli arresti, con numeri che superano i 10mila solo nella prima settimana di luglio, secondo la Cnn. L’Ice ha esteso la sua attività non solo ai voli internazionali, ma anche a quelli interni, dove non esiste un controllo alla frontiera. La strategia mira a ridurre il numero di immigrati regolarizzati e a aumentare il controllo su chi vive in un limbo legale. E mentre continuano le violenze delle milizie di Trump, chi protesta rischia pene fino a 70 anni.
Le persone fermate sono spesso in regola con le leggi
Secondo gli avvocati di diverse persone arrestate, la maggior parte dei casi riguarda individui che possiedono permessi di lavoro validi e sono in regola con le leggi sull’immigrazione, ma attendono la carta verde. Questa situazione, dovuta alla lentezza della burocrazia, non era mai stata un problema prima. Tuttavia, l’Ice ha adottato una nuova tattica per facilitare gli arresti, in un contesto in cui non possono esserci reazioni scomposte o persone armate. La strategia sembra essere in linea con le pressioni della Casa Bianca per raggiungere circa 2.000 arresti al giorno. La realtà, però, sembra molto diversa.
La campagna di arresti non si limita agli aeroporti. Nelle centri di detenzione, la situazione resta drammatica. Un rapporto interno dell’agenzia sanitaria dell’Ice conferma che almeno un detenuto in sciopero della fame è stato sottoposto ad alimentazione e idratazione forzate, nonché a prelievi di sangue involontari. Questo documento smentisce l’amministrazione Trump, che nega l’esistenza di scioperi della fame. Secondo avvocati e Ong, sarebbero oltre trecento detenuti che rifiutano di mangiare o bere per denunciare le condizioni critiche in cui vivono. La violenza fisica e verbale si accompagna a un clima di terrore.
Le proteste vengono accusate di terrorismo
Le comunità che si organizzano per resistere all’Ice, come quelle che organizzano cortei e proteste, vengono accusate di aver rapporti con Antifa e per questo imputate per terrorismo. Lo schema è semplice: chi si oppone al sistema di controllo dell’immigrazione rischia pesanti conseguenze legali. A giugno, in Texas, sei persone sono state condannate a pene tra i 50 e i 70 anni per aver partecipato a proteste fuori da un centro di detenzione. In Minnesota, un professore rischia sei anni di prigione per aver organizzato cortei pacifici. «Vogliono spaventare chiunque si opponga all’Ice», denuncia un avvocato. L’accusa non sembra priva di fondamento, ma rappresenta un ulteriore strumento per reprimere la resistenza.
La situazione si complica ulteriormente con episodi di violenza. Sei giorni dopo l’uccisione di un colombiano nel Maine, un messicano è stato ucciso a Houston. Entrambi i casi riguardano individui non ricercati. Inoltre, in vari video si sentono distintamente agenti federali rivolgersi ai fermati con epiteti razzisti. L’escalation coincide con le pressioni della Casa Bianca per arrivare a circa 2.000 arresti al giorno. L’Ice non si ferma, e la campagna di deportazioni continua senza sosta.
