Annegamento bambini, la pediatra svela il pericolo dei 3 minuti e la distanza di un braccio

La pediatra Claudia Bondone avverte: 3 minuti di silenzio possono essere fatali. La distanza di un braccio è la chiave per salvare la vita.

Bambino annegato in acqua, genitore che cerca di salvare la vita, distanza di un braccio
Bambino annegato in acqua, genitore che cerca di salvare la vita, distanza di un braccio

Un bambino annega in silenzio, senza urla né schizzi che richiamino l’attenzione. Bastano 3 minuti di assenza di ossigeno per renderlo irreversibile. È questa la realtà che la pediatra Claudia Bondone, Direttore della Pediatria d’Urgenza all’Ospedale Regina Margherita di Torino, svela con una voce chiara e preoccupata. L’annegamento resta una delle principali cause di morte accidentale nei bambini, con centinaia di vittime ogni anno a livello globale e circa 300 decessi stimati in Italia. La distanza di un braccio, però, potrebbe salvare la vita.

La distanza di un braccio: la regola più semplice e difficile da rispettare

La pediatra sottolinea che la prevenzione non si esaurisce nella vigilanza del momento: «L’unica vera sicurezza è avere un adulto a distanza di un braccio, con contatto visivo costante e senza distrazioni». Una distanza fisica, prima ancora che una regola di buon senso, che diventa fondamentale anche in ambienti apparentemente sicuri. «Anche pochi centimetri d’acqua possono essere pericolosi, specie per i più piccoli, che possono accedervi facilmente».

La distanza di un braccio non è solo una metafora: è la chiave per salvare la vita.

Chi rischia di più: i bambini e gli adolescenti

Due fasce d’età, per ragioni opposte, sono più esposte al rischio: i bambini sotto i 5 anni, imprevedibili per natura, e gli adolescenti, che spesso si espongono a comportamenti rischiosi, talvolta legati all’uso di alcol o sostanze. «Sono strumenti di ausilio, ma danno un falso senso di sicurezza. È essenziale controllare che siano a norma e marchiati CE, e ricordare che non sostituiscono mai la sorveglianza diretta», precisa Bondone. Anche l’acqua bassa o apparentemente calma va trattata con lo stesso rigore, e persino un dettaglio come i giocattoli lasciati in piscina può trasformarsi in un rischio.

La prevenzione non si esaurisce nella vigilanza del momento: passa anche da un’educazione che va costruita nel tempo.

La metà degli annegamenti avviene proprio dove ci si sente più al sicuro: nelle vasche da bagno, nelle piscinette gonfiabili e nelle piscine private. «Ecco perché è fondamentale che le piscine domestiche siano recintate e coperte nei mesi invernali», ricorda Bondone. La pediatra sottolinea anche le regole pratiche che spesso si tende a sottovalutare in vacanza: scegliere stabilimenti balneari sorvegliati, informarsi sui fondali e correnti, rispettare le previsioni meteo, usare abbigliamento adeguato e prestare attenzione alle grate di scarico delle piscine. Quando un bambino perde conoscenza in acqua, i primi minuti sono decisivi. «Va tirato fuori subito, messo supino e iniziate le manovre di rianimazione cardiopolmonare mentre si chiama aiuto», spiega la dottoressa. Anche quando l’emergenza sembra rientrata, la prudenza non può abbassarsi: dopo un incidente, anche se il piccolo sembra stare bene, è importante portarlo al pronto soccorso per monitorare eventuali complicanze respiratorie.