La Cina rafforza la sua posizione e l’Europa cerca nuovi strumenti di difesa

L’Europa affronta la crescente pressione commerciale cinese e cerca nuovi strumenti per proteggere la sua competitività.

L’Europa si trova a fronteggiare una trasformazione della competitività cinese che mette in discussione la sua capacità di mantenere un peso negoziale significativo. La missione del commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, in Cina ha prodotto risultati limitati, con tre intese preliminari che non colmano il deficit commerciale di 360 miliardi di euro. La superiorità tecnologica e industriale cinese, basata su un sistema integrato di ricerca, automazione e infrastrutture digitali, rischia di ridurre la leva negoziale dell’Unione. La questione, che arriva alla vigilia del Consiglio europeo del 15-16 ottobre, riguarda non solo le distorsioni commerciali, ma anche la capacità dell’Europa di conservare il proprio peso nei confronti di un concorrente che sta consolidando il proprio vantaggio industriale e tecnologico.

La dipendenza industriale come strumento negoziale

Quanto più le imprese europee dipendono da tecnologie, componenti e capacità produttive cinesi, tanto più complesso diventa per Bruxelles utilizzare restrizioni commerciali senza esporsi a costi significativi. Il confronto sulle terre rare e quello sui controlli tecnologici mostrano come le dipendenze industriali possano diventare strumenti negoziali. La Cina ha ottenuto un dialogo tecnico sul regolamento europeo relativo alle sovvenzioni estere, mentre le discussioni potrebbero investire i controlli sulle esportazioni di tecnologie a duplice uso e le restrizioni sugli inverter solari cinesi nei progetti finanziati dall’UE. Il rischio, nella lettura dell’economista Alicia García-Herrero, è che Pechino utilizzi i risultati diplomatici per disinnescare la pressione politica a favore di strumenti commerciali più incisivi.

La riduzione dei dazi cinesi su alcuni prodotti europei, tra cui componentistica automobilistica, olio d’oliva e calzature, dovrebbe invece produrre risparmi per circa 225 milioni di euro. Il terzo risultato, un canale preferenziale per agevolare le licenze di esportazione di terre rare e magneti permanenti, resta subordinato alla discrezionalità di Pechino. L’UE cerca, per quanto in ritardo con i tempi delle necessità strategiche, di creare un proprio programma operativo su questo settore. Secondo García-Herrero, il problema riguarda anche le possibili contropartite.

La strategia franco-tedesca e il rischio di una perdita di influenza

La posizione franco-tedesca assume rilievo alla luce di questa trasformazione. In una lettera inviata il 5 ottobre alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno sostenuto che gli strumenti europei di difesa commerciale non sono più adeguati. I due leader propongono un meccanismo simile alla Section 301 statunitense, capace di limitare l’accesso al mercato unico in presenza di distorsioni commerciali sistematiche, insieme a strumenti per diversificare gli approvvigionamenti strategici e condurre indagini per settore. La posizione di Berlino segnala un cambiamento significativo.

Nell’ottobre 2024 la Germania si era opposta ai dazi europei sui veicoli elettrici cinesi, preoccupata dalle possibili ritorsioni contro i propri produttori. Ora è la stessa industria tedesca a subire la concorrenza cinese, anche in settori che avevano sostenuto per decenni la sua presenza sui mercati internazionali. La debolezza del negoziato, tuttavia, potrebbe riflettere un problema più profondo. La strategia proposta da García-Herrero e Kynge indica esigenze complementari, ma anche una tensione irrisolta tra sicurezza economica e apertura agli investimenti.

Un paper pubblicato a settembre da Chatham House, intitolato “China shock 2.0 and Europe’s industrial future”, descrive una trasformazione della competitività cinese che rende sempre meno adeguata una risposta europea concentrata sulle sole distorsioni commerciali. Il vantaggio di Pechino non deriva più esclusivamente dai sussidi pubblici o dai bassi costi del lavoro, ma ormai si fonda su un sistema industriale integrato, alimentato da ricerca, automazione, infrastrutture digitali, capacità produttive e filiere difficilmente replicabili. Secondo le proiezioni della United Nations Industrial Development Organization, la quota cinese del valore aggiunto manifatturiero mondiale potrebbe raggiungere il 45% nel 2030, rispetto al 6% del 2000. Inoltre, nel 2024 la Cina ha installato circa 295.000 robot industriali, più di tutti gli altri Paesi messi insieme – segno di una superiorità applicativa dell’AI nella robotica che è uno dei grandi temi della competizione globale sull’intelligenza artificiale, e non solo.

La pressione competitiva cinese investe settori nei quali l’Europa conserva importanti capacità produttive: farmaceutica, macchine utensili, automotive ed energia eolica. Il rischio è che l’erosione della base industriale europea si traduca progressivamente anche in una perdita di influenza economica. Il Consiglio europeo dovrà misurarsi con questa contraddizione. Le intese raggiunte da