Massimo Bossetti, la vita in carcere dopo la condanna per l’omicidio di Yara
Massimo Bossetti, condannato per l’omicidio di Yara Gambirasio, racconta la sua vita in carcere e la sua versione di innocenza.

Massimo Bossetti, condannato per l’omicidio di Yara Gambirasio, vive oggi in carcere a Bollate, alle porte di Milano. Dopo la condanna all’ergastolo confermata dalla Cassazione nel 2018, l’uomo ha iniziato un percorso lavorativo interno e partecipa a concorsi culinari. A Belve Crime, programma su Rai2, torna a parlare, cercando di raccontare la sua versione di innocenza. L’omicidio di Yara, avvenuto nel 2010, ha scosso l’Italia e ha portato a un processo che ha visto Bossetti condannato per il ritrovamento del corpo della ragazza con segni di violenza.
La vita in carcere e il lavoro di Massimo Bossetti
Dopo la condanna, Bossetti è stato trasferito nel carcere di Bollate, considerato uno degli istituti più avanzati in termini di rieducazione e reinserimento. L’ex muratore di Mapello ha iniziato un percorso lavorativo interno, oggi impiegato in un’area industriale metalmeccanica legata al progetto 2121. Nel 2024, in un’intervista a Telelombardia, ha descritto con orgoglio la sua attività: “Mi occupo dello sviluppo di componenti in alluminio e lamiera per coibentazioni termoacustiche”, racconta, specificando di aver progettato e ristrutturato interamente lo spazio di lavoro.
Un’esperienza culinaria e la sua verità
Oltre al lavoro, Bossetti ha partecipato al concorso culinario Cuochi Dentro, ricevendo un riconoscimento per la ricetta “Portafoglio farcito full optional”. Ha raccontato: “Ogni volta che cucino penso a tutto quello che ho perso. Ma resta nel mio cuore”. La sua partecipazione al concorso ha suscitato interesse e curiosità, ma non ha mai smesso di dichiararsi innocente. L’uomo, che continua a chiedere la revisione del processo, ha espresso la sua versione di innocenza in un episodio della docuserie Netflix Il caso Yara – Oltre ogni ragionevole dubbio, in cui ha detto: “Io sono ancora ferma a quel giorno di giugno in cui lo arrestarono. Ero in cucina e piangevo”.
Un caso che ha scosso l’Italia
L’arresto di Massimo Bossetti avvenne il 16 giugno 2014, quattro anni dopo la scomparsa e l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, sparita nel nulla il 26 novembre 2010 da Brembate Sopra. Il suo corpo fu trovato tre mesi dopo in un campo a Chignolo d’Isola, con evidenti segni di violenza. A collegare Bossetti alla scena del crimine fu una traccia di DNA maschile isolata sui leggings della ragazza. Il profilo genetico, inizialmente anonimo, fu ribattezzato “Ignoto 1” e divenne il fulcro di un’indagine genetica su scala nazionale.
La svolta arrivò tramite una mappatura genealogica: partendo dal DNA parzialmente compatibile di Damiano Guerinoni, si risalì a suo padre, Giuseppe Guerinoni, ex autista di pullman morto nel 1999. Ma chi era la madre? Un gigantesco screening su oltre 20.000 donne portò a Ester Arzuffi, madre di Bossetti. Le analisi dimostrarono che Massimo Bossetti era figlio biologico di Guerinoni, e il suo profilo genetico coincideva perfettamente con quello di Ignoto 1. Confrontato il suo DNA con la traccia su Yara, il match fu totale.
Le prove a carico di Bossetti oltre al DNA includono fibre compatibili con il furgone usato da lui, il cellulare che agganciò celle telefoniche nella zona di Brembate Sopra proprio nel giorno della scomparsa, e la falsa testimonianza che sostenne di essere a casa. Secondo gli investigatori, conosceva Yara solo di vista, avendola incrociata vicino alla palestra. Non ci fu mai alcun legame diretto o relazionale tra i due.
A Belve Crime, Bossetti torna a parlare, accompagnato da altri ospiti legati a casi di cronaca nera italiana. L’occasione è per riaprire un dibattito su uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi decenni e ascoltare la versione dell’uomo che, a distanza di 11 anni dall’arresto, continua a dichiararsi innocente.
