Femminicidi: la rabbia e la solitudine delle famiglie vittime

Le famiglie di vittime di femminicidi chiedono azione più forte e tempestiva.

Le famiglie di Giulia Cecchettin, Tania Terrin e Vanessa Ballan, vittime di femminicidi, raccontano una realtà di dolore, rabbia e solitudine. «Con la nostra famiglia abbiamo scelto di continuare a vivere, ma tutto attorno è crollato e proviamo una grande rabbia», dicono. La loro voce si unisce a tante altre, che chiedono un intervento più tempestivo e deciso per prevenire nuovi casi di violenza e omicidi. La prevenzione, il supporto istituzionale e l’attenzione alle segnalazioni sono temi ricorrenti in un dibattito che non si esaurisce mai.

La prevenzione non è mai sufficiente

Nel caso di Vanessa Ballan, uccisa a coltellate nel dicembre 2023, il fratello Nicola ha espresso una profonda preoccupazione per le carenze del sistema. «Un solo caso in più è già troppo – commenta – quando c’è anche una semplice denuncia bisogna agire, non va mai sottovalutata, perché quando una donna arriva a segnalare significa che si è già oltrepassato il limite. Bisogna fare più controlli, usare braccialetti a distanza e garantire l’allontanamento dei soggetti finché non si è certi che il pericolo sia realmente scampato». La sua voce è un appello a un sistema che non riesce a proteggere chi è in pericolo.

La stessa richiesta emerge anche da Federica, sorella di Giada Zanola, morta il 29 maggio 2024 dopo essere stata narcotizzata e gettata da un cavalcavia. «La vita non è più vita, sento che manca una fetta grossa della mia identità», racconta. La sua esperienza è solo una delle tante che dimostrano come la mancanza di supporto istituziale e l’incapacità di agire tempestivamente possano aggravare il dolore e la sofferenza.

Un vuoto istituzionale che non si risolve

Valentina Belvisi, che ha perso la madre a 24 anni, racconta una storia che sembra ripetersi in tanti casi. «Mia mamma è stata ammazzata con 30 coltellate e mio padre ha chiamato la polizia dopo essere uscito per gettare via l’arma, comprarsi un pasticcino e giocare a un gratta e vinci», ricorda. La violenza non è mai stata vista come un problema, ma come una normalità. «Dopo il delitto, il vuoto istituzionale è stato totale», dice Valentina. «Mi sono dovuta arrangiare, i colleghi di mia madre hanno pagato il funerale facendo una colletta: era la terza dipendente dell’Inps a dover subire una fine simile. Mi sono trasferita a Thiene perché era il primo posto disponibile dove potevo continuare a lavorare».

La sua esperienza è un esempio di come le famiglie vittime di femminicidi siano spesso lasciate sole, senza supporto né tutele. «Oggi Valentina guarda alla cronaca con profonda amarezza: vedere un nuovo femminicidio è sempre un colpo al cuore, la vivo come una sconfitta», racconta. La sua voce è un appello a un sistema che non riesce a proteggere chi è in pericolo.

La stessa richiesta emerge anche da Marco Sancandi, che ha perso la madre a 23 anni. «La mia vita è diventata confusa, incerta e insicura per molto tempo – racconta – mi hanno salvati gli amici che mi hanno proposto di andare da uno psicologo». All’epoca dei fatti mancava qualsiasi tutela, e oggi, nonostante le leggi, il supporto psicologico di lunga durata è ancora insufficiente.

Le famiglie vittime di femminicidi chiedono un intervento più tempestivo e una maggiore attenzione alle segnalazioni. La loro voce è un appello a un sistema che non riesce a proteggere chi è in pericolo. La prevenzione, la protezione e la giustizia sono temi che devono essere affrontati con maggiore determinazione. La rabbia e la solitudine non devono essere mai più la norma.