Minorenni coinvolti nell’accoltellamento di Corso Como: “Ci facciamo schifo per quanto accaduto”
Minorenni coinvolti nell’accoltellamento di Corso Como: racconti e responsabilità in un processo a Milano.

Il 12 ottobre 2025, in Corso Como a Milano, un episodio drammatico ha scosso la città: Davide Simone Cavallo, un 22enne, è stato ferito gravemente da un coltello durante un’aggressione. Il caso ha portato a condanne per tentato omicidio e omissione di soccorso, ma anche a un processo che ha coinvolto tre minorenni, i quali hanno raccontato di aver seguito un gruppo senza rendersi pienamente conto della gravità dell’atto. “Mi facevo schifo per quanto accaduto”, ha detto uno di loro, durante l’udienza del 9 luglio 2026.
La testimonianza dei minorenni
I tre adolescenti, coinvolti nell’aggressione, hanno rivelato di aver partecipato all’episodio senza comprendere appieno le conseguenze. Secondo i loro racconti, il gruppo era composto da diversi giovani, tra cui chi ha colpito con calci e pugni, chi ha strappato la banconota da 50 euro, e chi ha deciso di trascorrere una serata di compleanno in trasferta. I ragazzi, rimbalzati da due discoteche per essere tutti maschi, hanno cercato di divertirsi dando fastidio a un ragazzo ubriaco e accasciato su un gradino. “Avrei dovuto interrompere in qualche modo l’aggressione, tirare via il mio amico, e invece ho fatto la cosa più facile, che era seguire il gruppo”, ha detto uno di loro.
La gravità dell’episodio è emersa solo in seguito, attraverso perquisizioni e convocazioni in Questura. Solo uno dei minorenni ha ammesso di conoscere la presenza dell’arma, ma non certo che fosse stata usata. Allontanandosi, un maggiorenne ha riferito loro di aver “forse” trapassato il ragazzo con la lama attraverso il giubbotto. Dopo 40 minuti, i ragazzi tornano sotto i portici senza trovare la vittima, la polizia o un’ambulanza, sentendosi “rassicurati”. “Della gravità si sarebbero resi conto solo con perquisizioni e convocazioni in Questura o dopo il primo giorno in carcere”, ha spiegato uno di loro.
La responsabilità e il senso di colpa
La testimonianza dei ragazzi ha rivelato un senso di colpa e di rimorso. “Tornato a casa dalla Questura mi ricordo che ho iniziato a vomitare dal nervoso e mi facevo schifo per quanto accaduto”, ha detto uno di loro. “Poi in carcere mi ricordo che sono stato male per i sensi di colpa che avevo, non riuscivo a dormire, a mangiare”. Gli psicologi e le educatrici hanno cercato di aiutarli a comprendere la loro responsabilità, che non era limitata al solo fatto di aver tirato i due calci.
La giudice ha chiesto ai ragazzi: “Se fossi libero di scegliere cosa chiederesti? Condanna per tentato omicidio o messa alla prova?” I ragazzi si scusano con la vittima, presente in aula, ma la pm Elisa Salatino ha espresso l’impressione che le scuse siano “un po’ preparate e un po’ formali”. La pubblica accusa e la difesa si sono trovati d’accordo sul rinvio al 2 settembre per “rielaborare ulteriormente i fatti”. L’Ufficio di servizio sociale per i minori (USSM) potrebbe arrivare con un percorso di giustizia riparativa, a cui tutti hanno chiesto di accedere. A quel punto, sarà più facile rispondere alla domanda dei giudici: “Ancora non saresti in grado di chiedere un qualcosa di definito che sia una condanna, che sia una messa alla prova?”
