Voto ai sedicenni: un passo per riequilibrare una democrazia invecchiata

L’Italia valuta il voto ai sedicenni per riequilibrare una democrazia invecchiata, seguendo esempi europei.

La democrazia italiana si trova di fronte a un paradigma invecchiato, con un’età media degli elettori che cresce a causa del calo delle nascite e dell’allungamento della vita. A ottobre 2024, il M5S ha depositato una proposta di legge costituzionale per estendere il voto ai sedicenni, ma la discussione rimane bloccata in commissione. L’idea, però, non è nuova: in Germania, Berlino ha appena fatto votare i 16 e 17enni, mentre l’Austria lo fa da anni e Londra si prepara a farlo entro il 2029. In Scozia e Galles i sedicenni votano già alle elezioni locali e regionali, e in Spagna il governo valuta una riforma graduale. L’obiettivo è riequilibrare una democrazia che invecchia, dando voce a una generazione che si sente sempre meno rappresentata.

un’alternativa per un’elezione più inclusiva

La questione del voto ai sedicenni è innanzitutto demografica. Secondo i dati Istat 2025, l’indice di vecchiaia in Italia è salito a quasi 208 anziani ogni 100 giovani sotto i 15 anni. Questo significa che, nelle urne, pesa di più chi ha meno anni davanti, mentre chi ne vivrà le conseguenze per decenni ha sempre meno peso. L’effetto si sente già: il paradosso è che chi decide oggi non è colui che ne sentirà gli effetti, e il quadro peggiorerà quando arriveranno le generazioni nate dopo il 2010, sempre meno numerose.

La proposta di legge depositata dal M5S, grazie a Vittoria Baldino e Chiara Appendino, non è l’unica. Il Pd, più Europa e i Radicali hanno lanciato la campagna “Voto16”, mentre il Pd è favorevole. Fratelli d’Italia è contraria, Forza Italia è fredda, e la Lega di Matteo Salvini non si esprime chiaramente. L’articolo 48 della Costituzione lega il voto alla maggiore età, ma l’ultimo intervento risale al 2021, quando il Senato è stato aperto ai diciottenni. La discussione, però, non si ferma: il voto ai sedicenni potrebbe diventare un passo per riequilibrare una democrazia invecchiata.

esperienze europee: un modello da seguire

La Germania orientale ha visto due voti opposti: in Berlino, la Linke è diventata il primo partito con il 25,7%, grazie soprattutto ai più giovani, mentre in Sassonia-Anhalt l’AfD ha vinto con il 43,8%, raddoppiando il 20,8% del 2021. Due risultati diversi, ma una cosa sola: i giovani non sono un blocco omogeneo, ma un elettorato che cerca risposte e premia chi gliele promette. L’Austria, pioniera europea, ha aperto il voto ai sedicenni dal 2007, mentre Malta lo ha fatto nel 2018 e la Grecia ha fissato la soglia a 17 anni. Alle europee del 2024, anche Germania e Belgio hanno aperto le urne ai 16 e 17enni per la prima volta.

Il Regno Unito si prepara al passo più grande: il Representation of the People Bill, presentato a febbraio 2026, estende il voto ai 16-17enni in ogni elezione, generali incluse, prima del voto nazionale previsto entro agosto 2029. Si parla di circa 1,7 milioni di nuovi elettori: il più grande allargamento del corpo elettorale britannico dal 1969, quando la soglia scese da 21 a 18 anni. In Scozia e Galles i sedicenni votano già alle elezioni locali e regionali, e in Spagna il governo valuta una riforma graduale. L’esperienza europea ridimensiona le critiche: l’affluenza dei 16-17enni regge il confronto con quella dei neo-diciottenni, e il voto giovane non ha un colore fisso.

La democrazia invecchia, ma i giovani non sono più una minoranza. L’affluenza dei 16-17enni non è più bassa di quella dei neo-diciottenni, e in alcuni casi risulta più stabile. Votare per la prima volta mentre si vive ancora in famiglia e si va a scuola sembra aiutare a costruire l’abitudine al voto, invece di rimandarla all’età in cui molti si spostano per studio o lavoro. Anche il Consiglio d’Europa ha suggerito di partire almeno dalle elezioni locali e regionali.

Un investimento sul futuro di tutti. Dare voce ai nativi digitali significherebbe portare l’innovazione al centro dell’agenda e costruire un’Italia più a misura di giovani, con effetti indiretti anche sulla natalità. In un Paese che invecchia, è un investimento sul futuro di tutti. Non c’è più tempo da perdere