Il linguaggio del Cremlino trasforma la guerra in un problema diplomatico
Il Cremlino usa il linguaggio come arma per trasformare l’aggressione in problema diplomatico, come rivelato da un articolo di Andrew Chakhoyan.

La guerra della Russia contro l’Ucraina non è ancora finita perché è la Russia a continuare a combatterla. Il Cremlino utilizza il linguaggio come un’arma, trasformando l’aggressione in un problema diplomatico e l’autodifesa ucraina in un ostacolo ai negoziati. Questo approccio, come sottolinea Andrew Chakhoyan, è una strategia per manipolare la percezione della realtà, riducendo la guerra a un conflitto che può essere risolto con la diplomazia, senza riconoscere la violenza e la sofferenza causate. La Russia, attraverso il suo uso del linguaggio, semina false premesse, presentando l’invasione come un legittimo «interesse di sicurezza» e l’Ucraina come un ostacolo alla pace.
La guerra non è mai finita, ma il linguaggio lo fa sempre
La guerra scelta da Mosca, un tentativo di ricolonizzare l’Ucraina, viene surrettiziamente ridipinta come uno scontro tra «l’Occidente» e la Russia. Non c’è alcun riferimento alla sofferenza dell’Ucraina, l’unico Paese che versa il proprio sangue per difendere la libertà, né all’autonomia d’azione degli ucraini, incarnata nel coraggio della nazione che resiste alla propria distruzione. L’uso del linguaggio è un trucco retorico che permette di legittimare l’occupazione, le camere di tortura e le fosse comuni, e di far sembrare irresponsabile l’autodifesa.
La diplomazia, spesso invocata come soluzione, è in realtà uno strumento di guerra per il Cremlino.
L’Economist, ad esempio, presenta l’oligarca russo Andrej Melnichenko come un semplice «industriale», ignorando il ruolo che i suoi impianti di ammoniaca giocano nel complesso militare-industriale dell’aggressore. Questa scelta lessicale non è casuale: un oligarca in Russia è un miliardario che gode del favore di Vladimir Putin. L’articolo firmato da Melnichenko è pieno di «idee nuove», ma i quattro scenari che delinea – umiliazione, vassallaggio nei confronti della Cina, frammentazione e assedio permanente – finiscono per legittimare l’inganno su cui si fonda la sua argomentazione.
La pace non è solo un obiettivo, ma un atto di volontà
«Vi è stata data la scelta tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore, e avrete la guerra», disse Churchill rivolgendosi a Neville Chamberlain, convinto di aver garantito la pace con gli accordi di Monaco del 1938 stretti con Hitler. Il revanscismo russo ha già raggiunto l’Europa occidentale: l’avvelenamento radioattivo di Aleksandr Litvinenko a Londra, l’attacco con il Novičok a Salisbury che alla fine costò la vita alla cittadina britannica Dawn Sturgess, i droni russi che violano lo spazio aereo polacco e romeno, e la guerra dell’informazione che avvelena il dibattito politico e trasforma le istituzioni occidentali in armi contro i loro stessi cittadini.
Definirla una guerra ibrida è quasi una formula magica: l’Europa si sente al sicuro, mentre gli opinionisti della televisione di Stato russa minacciano di incenerire Londra, Berlino e Parigi.
«Без надії сподіваюсь» («Spero senza speranza») sono le immortali parole della poetessa ucraina Lesja Ukrajinka. Con esse intendeva la speranza come un atto di sfida, sorretto dalla volontà anche quando le circostanze non offriva alcun motivo di conforto. In una parte del Vecchio Continente assistiamo invece al suo rovesciamento: una speranza svuotata della volontà e separata dall’azione. Opinion leader e persone in posizioni di autorità coltivano l’infondata aspettativa che la pace dipenda soltanto da un vertice risolutivo, da un mediatore più capace o da una pausa negoziata destinata automaticamente a produrre qualcosa di meglio.
