Lavoro migrante e sfruttamento: la ricerca di WeWorld svela condizioni di lavoro estreme in Emilia-Romagna
Nuova ricerca di WeWorld svela condizioni di lavoro estreme e salari bassi per migliaia di lavoratori migranti in Emilia-Romagna.

Salari da 550 euro e rischi del caldo: una realtà dura per migliaia di lavoratori
L’Emilia-Romagna, nota per le sue eccellenze agroalimentari, nasconde una realtà di lavoro estremamente problematica per migliaia di lavoratori migranti. Secondo una ricerca realizzata da WeWorld, i salari percepiti da molti di loro si aggirano intorno ai 550 euro al mese, con un calo ulteriore durante i mesi estivi. La situazione si complica ulteriormente per il caldo estremo, che mette a rischio la salute dei lavoratori, specialmente in ambienti chiusi come cucine industriali, mense e macelli. Le condizioni di lavoro non solo non rispettano i diritti, ma mettono in pericolo la salute di chi opera in questi settori.
Un sistema in cui lavoro grigio e appalti alimentano lo sfruttamento
La ricerca evidenzia come il sistema degli appalti e dei subappalti abbia creato una forma di sfruttamento più complessa e difficile da individuare. In particolare, nella ristorazione collettiva, il prezzo riconosciuto per un pasto può scendere fino a 1,40 euro, con margini di profitto ridotti per le aziende. Questo si traduce in salari bassi, contratti part-time involontari e carichi di lavoro intensi. La “variante emiliana” dello sfruttamento non è solo legata al caporalato, ma anche a modelli di lavoro non regolamentati.
Nella ristorazione collettiva, il prezzo riconosciuto per un pasto può scendere fino a 1,40 euro, con margini molto ridotti per le aziende. Questo finirebbe per tradursi in salari bassi, part-time involontari, riduzione del personale e intensificazione dei carichi di lavoro. La ricerca parla anche di una “variante emiliana” dello sfruttamento, caratterizzata non solo da casi di caporalato, ma anche da forme più difficili da individuare, legate ad appalti, subappalti e lavoro grigio.
La ristorazione collettiva: un settore a rischio per migliaia di donne
Tra i settori più colpiti, la ristorazione collettiva si distingue per la presenza di un elevato numero di donne, spesso oltre i quarant’anni. Secondo lo studio, tra il 60 e il 75% degli addetti ha un background migratorio, con un’età media elevata. Questo significa un lavoro a tempo parziale, spesso di sole 15 ore settimanali, con un reddito che non riesce a coprire le spese. Le donne migranti, spesso in età avanzata, si trovano in condizioni di estrema precarietà.
Il rapporto raccoglie anche testimonianze di lavoratrici che denunciano possibili forme di discriminazione nei confronti di chi rivendica i propri diritti. Secondo una delle intervistate, chi protesta rischia di essere assegnato ai turni più pesanti, spostato in sedi più lontane o penalizzato nell’organizzazione del lavoro. Le forme di discriminazione non sono solo verbali, ma si traducono in pratica in una gestione del lavoro che punisce chi si difende. La ricerca di WeWorld mette in luce come il sistema agroalimentare, pur essendo un pilastro economico, non rispetti i diritti di chi lo rende possibile. L’indagine sottolinea come il caldo estremo e la precarietà siano fattori che aggravano la situazione, mettendo a rischio la salute e i diritti di migliaia di lavoratori migranti.
