La giustizia di comunità: un sistema in crisi tra burocratismo e relazioni

La giustizia di comunità si confronta con sfide burocratiche e relazionali, con un rallentamento nella crescita delle misure alternative.

La giustizia di comunità, un sistema pensato per ridurre la pressione sul carcere e rilanciare la funzione rieducativa della pena, si trova oggi a confrontarsi con sfide complesse. Il Progetto TAG, che accompagna le persone sottoposte a misure alternative e gli enti del terzo settore milanesi, racconta una realtà in cui le burocrazie e le difficoltà logistiche spesso superano le intenzioni di ricostruzione relazionale. La domanda, semplice ma profonda, che si pone chi si affaccia a questo sistema – “dove posso svolgere le mie ore di lavoro di pubblica utilità?” – apre a riflessioni più ampie su cosa si intende veramente per giustizia di comunità.

Un sistema in espansione, ma con limiti

Le misure alternative, come il lavoro di pubblica utilità o la messa alla prova, sono state introdotte negli anni Settanta con l’obiettivo di alleggerire il carcere e rilanciare la funzione rieducativa della pena. Tuttavia, il sistema si è sviluppato in modo disomogeneo, con un aumento del 79,4% tra il 2015 e il 2025 del numero complessivo di persone in esecuzione penale. Il XXII Rapporto di Antigone segnala una “colossale espansione dell’area della penalità”, un fenomeno che ha portato a un aumento delle misure alternative senza un’analisi approfondita delle cause dei reati.

Un dato recente aggiorna questa situazione: nel 2025, per la prima volta in dieci anni, la crescita delle misure di comunità ha subito un rallentamento, legato all’inasprimento normativo. Il sistema, in sintesi, continua ad aggiungere misure senza chiedersi perché il reato sia accaduto. Questo approccio, pur intenzionato a ridurre la sovraffollazione delle carceri, sembra non rispondere alle radici dei problemi sociali.

Difficoltà logistiche e relazionali

Le persone che si trovano a svolgere attività di pubblica utilità spesso non hanno esperienza di volontariato, né conoscono enti che si occupano di questo tipo di attività. Per loro, l’obbligo diventa la prima occasione per fare esperienza. Tuttavia, trovare un ente disponibile a orari compatibili con i loro impegni non è scontato. Molti accettano condizioni logistiche che poi faticano a sostenere, come impegni troppo lontani da casa. Inoltre, le situazioni di fragilità – come dipendenze o sofferenze psichiatriche – rendono la rigidità delle misure incompatibile con le loro esigenze reali.

Le organizzazioni ospitanti, a loro volta, incontrano difficoltà. L’obbligo di attivare una copertura INAIL e corsi di sicurezza per chi accoglie una persona in lavori di pubblica utilità rappresenta un onere rilevante, non riconosciuto da finanziamenti pubblici. Questo peso ricade soprattutto sugli enti più piccoli, che pur essendo radicati nel territorio, rischiano di non poter più accogliere i cittadini. Con l’introduzione di un portale ministeriale per la registrazione delle convenzioni, si è persa la flessibilità delle convenzioni a ombrello, rendendo più complesso l’inserimento di nuove organizzazioni.

Un’idea di comunità, ma non sempre una pratica

La parola “comunità” è spesso evocata come un concetto positivo, ma resta indefinita e comoda. Per Zygmunt Bauman e Stanley Cohen, questa ambiguità impedisce di interrogarsi su cosa nella comunità non ha funzionato per permettere fatti criminali o violenti. La responsabilità della comunità si estende anche a cosa succede dopo, nel momento in cui la persona torna a vivere nello stesso tessuto di relazioni e deve trovare qualcuno disposto ad accoglierla. La giustizia di comunità, in sintesi, non è solo un insieme di regole, ma qualcosa che si mette in gioco a propria volta. È necessario chiedersi, di volta in volta, come potrebbe fare meglio. La domanda che si pone chi si affaccia al sistema – “dove posso svolgere le mie ore di pubblica utilità?” – è solo l’inizio di un percorso che richiede una riflessione più profonda su cosa si intende veramente per giustizia di comunità.