Gilberto Cavallini e il percorso giudiziario che non si conclude

La storia giudiziaria di Gilberto Cavallini, condannato per la strage di Bologna, si ripete con un nuovo provvedimento di isolamento.

La storia giudiziaria di Gilberto Cavallini, condannato per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, sembra non voler finire. Dopo anni di condanna e riabilitazione, l’ex membro dei NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari – è stato nuovamente sottoposto a un provvedimento di isolamento, nonostante non abbia commesso nuove colpe. La giustizia, metaforicamente intesa come magistratura, sembra più alla ricerca di una verità processuale che di un reale risarcimento, e la vendetta sembra essere l’unica motivazione per giudicare, anche quando si tratta della riabilitazione di un uomo.

Un percorso di riabilitazione interrotto

Cavallini, condannato all’ergastolo per banda armata nel 2020, ha scontato trentotto anni di carcere, durante i quali ha dimostrato di aver superato la condizione che lo aveva portato a entrare in conflitto con la legge. Dopo otto anni di semilibertà, durante i quali non si è registrato alcun sgarro, è stato nuovamente ricondotto in carcere. Il Tribunale del Riesame ha deciso di sottoporlo a un isolamento diurno, nonostante la sua riabilitazione fosse già certificata e in corso. L’uomo, ultrasettantenne, può parlare soltanto con i suoi legali, i quali non possono essere sempre presenti nella struttura penitenziaria.

La giustizia sembra non riconoscere il cambiamento dell’individuo.

La decisione del Tribunale ha suscitato dibattito, soprattutto per il fatto che Cavallini, che ha già pagato il suo conto con la legge, viene trattato come se dovesse essere giudicato nuovamente. La giustizia, in questo caso, sembra non riconoscere il cambiamento dell’individuo, ma si concentrerà su motivi formali e procedurali. La genetista del caso Gambirasio, citata dalla difesa, ha espresso la sua convinzione che il provvedimento possa influire sull’identificazione di un’ottantaseiesima vittima, indicata come «86», che potrebbe scagionare Cavallini o alleggerirne la posizione.

Un sistema che non si adatta al cambiamento

La decisione dei giudici di Bologna potrebbe dimostrare se la giustizia si preoccupi più della verità sulla strage o della difesa della versione finora confezionata. La strada tracciata nelle aule di giustizia sembra condurre a un percorso riabilitativo in un vicolo cieco, fatto di formule e cavilli che non contemplano i gesti umani più elementari. La giustizia, in questo caso, sembra non riconoscere il cambiamento dell’individuo, ma si concentra su motivi formali e procedurali.

La legge non si adatta al cambiamento dell’individuo.

La via d’uscita da questo intricato labirinto potrebbe essere l’articolo 87 della Costituzione, che prevede la grazia presidenziale. Una misura che non cancella le colpe, ma permette di contemplare il cambiamento di un uomo e di evitare che un sistema di leggi si trasformi in un sistema punitivo perpetuo. I Presidenti della Repubblica che si sono avvicendati l’hanno concessa a personaggi anche controversi, per ragioni umanitarie e di pacificazione. La grazia per Cavallini, in vista di un probabile rifiuto dell’ammissione del parere della genetista, sarebbe il solo modo per rendere onore alla riabilitazione di un uomo e ristabilire una giustizia che sembra ormai cedere il passo a un accanimento della legge, sempre più simile a una vendetta.