La CIA e la nascita di un anticomunismo democratico: una strategia per salvare il marxismo
La Cia ha sconfitto il comunismo e salvato il marxismo attraverso una strategia culturale e intellettuale durante la guerra fredda.

La CIA e la nascita di un anticomunismo democratico
Nel dicembre del 1985, la CIA dedicò un rapporto riservato a un fenomeno che, sulla carta, sembrava riguardare soltanto le università e le pagine culturali dei giornali: la «defezione degli intellettuali di sinistra» francesi. Il marxismo non era più il linguaggio obbligatorio dell’intelligenza nazionale, il Partito comunista aveva perduto parte della propria autorità morale e l’Unione Sovietica non poteva più contare sull’indulgenza quasi automatica di cui aveva goduto nel dopoguerra. Per Washington non era una curiosità accademica. La crisi del marxismo modificava il campo nel quale si decidevano l’immagine degli Stati Uniti, il rapporto con la NATO, il neutralismo europeo e la politica verso Mosca.
La CIA non si limitava a osservare le trasformazioni dell’intellettualità europea: per decenni aveva lavorato affinché quelle trasformazioni prendessero una direzione compatibile con gli interessi americani. Non si trattava soltanto di strappare scrittori e filosofi all’influenza comunista. Occorreva anche impedire che la crisi del marxismo restituisse spazio a un anticomunismo nazionale, identitario o apertamente ostile all’americanizzazione dell’Europa. In altre parole, gli Stati Uniti dovevano combattere contemporaneamente due battaglie. La prima contro il comunismo sovietico. La seconda contro la possibilità che l’anticomunismo tornasse a essere occupato dalle forze sconfitte nel 1945 o da nuove correnti europee capaci di contestare tanto Mosca quanto Washington.
La guerra culturale della CIA: dalla denazificazione alla sinistra non comunista
Il laboratorio iniziale di questa vasta operazione non poteva che essere la Germania occupata, con una parola che oggi suona ancora attuale: «Denazificare!». La CIA non si limitava a osservare le trasformazioni dell’intellettualità europea: per decenni aveva lavorato affinché quelle trasformazioni prendessero una direzione compatibile con gli interessi americani. Non si trattava soltanto di strappare scrittori e filosofi all’influenza comunista. Occorreva anche impedire che la crisi del marxismo restituisse spazio a un anticomunismo nazionale, identitario o apertamente ostile all’americanizzazione dell’Europa. La soluzione fu costruire un anticomunismo legittimo, antifascista, democratico e progressista, nel quale la difesa della libertà finisse per coincidere con l’integrazione atlantica. La guerra culturale della CIA: dalla denazificazione alla sinistra non comunista. Il laboratorio iniziale di questa vasta operazione non poteva che essere la Germania occupata, con una parola che oggi suona ancora attuale: «Denazificare!». Saunders ricostruisce il lavoro degli apparati americani nella stampa, nella radio, nel teatro, nella musica e nell’editoria. Michael Josselson, futuro organizzatore del Congress for Cultural Freedom, e Nicolas Nabokov furono impiegati nella selezione del personale culturale tedesco. Gli artisti dovevano essere autorizzati a esercitare, i programmi dei concerti controllati e le manifestazioni suscettibili di trasformarsi in espressioni nazionaliste impedite.
La democrazia liberale difesa dagli ex comunisti
È qui che entra in scena la strategia più raffinata e più gravida di conseguenze per il nostro presente: la promozione della cosiddetta Non-Communist Left, la sinistra non comunista. Arthur Schlesinger la definì la forza più efficace contro il totalitarismo e, attraverso The Vital Center, le fornì una dottrina. La democrazia occidentale non doveva essere difesa dalla vecchia destra, ma da socialisti democratici, liberali progressisti ed ex comunisti che avevano rotto con Stalin senza rinunciare al linguaggio dell’emancipazione. Per la CIA questa impostazione divenne la base teorica delle operazioni politiche contro il comunismo per quasi vent’anni.
La battaglia decisiva si giocava dunque sulla genealogia dell’anticomunismo. Washington doveva impedire che esso apparisse come la rivincita degli sconfitti del 1945. Doveva presentarlo come una seconda Resistenza. L’anticomunismo più efficace fu quello dei fuoriusciti. Il Congress for Cultural Freedom, fondato a Berlino nel 1950 e finanziato segretamente dalla CIA, fu lo strumento centrale di questa operazione. Riunì filosofi, scrittori, musicisti, sindacalisti e giornalisti; organizzò conferenze internazionali, sostenne riviste, premiò artisti e costruì una rete presente in trentacinque Paesi. Al suo apice pubblicava più di venti riviste prestigiose, organizzava mostre, concerti e convegni, disponeva di servizi editoriali e distribuiva borse e riconoscimenti.
La cultura come strumento di potere
Le riviste del Congresso tradussero questa intuizione in un lavoro quotidiano. Der Monat, diretta da Lasky nella Germania occidentale, doveva conquistare le classi colte e costruire un ponte fra cultura tedes
