Cattolici e evangelici insieme: “Strappare le madri ai figli tradisce la Scrittura”

Cattolici e evangelici si uniscono per denunciare espulsioni e chiedere riforma migratoria negli Usa.

Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, cattolici e evangelici si uniscono in una dichiarazione comune sull’immigrazione. Il documento, diffuso a Washington il 14 ottobre 2026, è firmato da mons. Brendan Cahill, presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb), e dal pastore Walter Kim, presidente della National Association of Evangelicals (Nae). La dichiarazione, intitolata “A Call for Christian Compassion and Wisdom in the Immigration Debate”, rappresenta un momento di unità raro tra due tradizioni religiose spesso distanti. La dichiarazione si basa su tre verità della Scrittura e chiede al Congresso percorsi di regolarizzazione per chi vive da anni nel Paese.

La dignità della persona e la famiglia al centro del dibattito

I firmatari richiamano la dignità della persona, la famiglia e i compiti dello Stato. La dignità, spiegano, non dipende dallo status migratorio, ma è un dono di Dio. “Questa dignità viene da Dio, non dal governo, e nessun potere terreno può cancellarla”, affermano. La famiglia, istituzione umana fondamentale, deve essere tutelata “nella legge e nella prassi”. I firmatari deplorano gli approcci che mettono i cittani contro i non cittani, ricordando che gli immigrati “possono portare rinnovamento” alle comunità che li accolgono. La dichiarazione si svolge nel 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza e richiama il motto e pluribus unum e i versi di Emma Lazarus incisi sulla Statua della Libertà.

Chiedono al Congresso percorsi di regolarizzazione per i residenti di lunga data

I firmatari sottolineano che i canali legali per ottenere la residenza permanente sono “estremamente limitati e fuori dalla portata dei più”. “Solo il Congresso” ha il potere di intervenire, e la maggioranza di cattolici e evangelici sostiene una riforma che offra ai residenti di lunga data opportunità concrete di regolarizzazione. Tre sono le direttrici indicate: controlli mirati, proporzionati e umani, limiti rigorosi alla detenzione degli immigrati non violenti, soprattutto bambini e famiglie, e percorsi legali sicuri ed efficienti per lavoratori, familiari e richiedenti protezione. La dichiarazione poggia su tre verità della Scrittura e invita le congregazioni locali ad aprire spazi di formazione e dialogo sull’immigrazione.

La dichiarazione si chiude con un’invocazione: “Il Signore faccia di noi un popolo così, per un tempo come questo: capace di accogliere come siamo stati accolti e di amare come siamo stati amati per primi”. I firmatari esprimono gratitudine alle forze dell’ordine, i cui agenti “portano anch’essi l’immagine di Dio” e spesso avvertono il peso di una “ferita morale” quando dovere e coscienza entrano in conflitto. Il richiamo a san Paolo diventa però anche un criterio di giudizio: concentrare i controlli sulla “maggioranza pacifica e produttiva”, anziché su chi intende fare del male, “non è un’espressione di Romani 13, ma un allontanamento da esso”. “Strappare una madre ai figli”, avvertono, “significa creare proprio le vedove e gli orfani che la Scrittura ci comanda di difendere”.

La dichiarazione, che si svolge in un momento di forte aumento di fermi ed espulsioni, dopo che il governo federale ha revocato le protezioni legali a diversi gruppi di immigrati, mette in luce la situazione di chi rischia di perdere lo status legale o vive sotto lo stesso tetto di qualcuno che corre questo rischio. Circa un credente su dodici, negli Stati Uniti, rischia di perdere lo status legale o vive sotto lo stesso tetto di qualcuno che corre questo rischio. E la “grande maggioranza” di chi oggi è soggetto a detenzione ed espulsione è cattolica o evangelica.

La dichiarazione, firmata da mons. Cahill e il pastore Kim, copresidenti dell’Evangelical-Catholic Dialogue on Immigration (Ecdi), avviato nel marzo 2026 con cinque membri evangelici e cinque cattolici, rappresenta un momento di unità raro. “Ciò che rende unica questa dichiarazione non è il contenuto, radicato in secoli di insegnamento e tradizione cristiana che abbiamo già affermato separatamente, ma la chiara unità che esiste tra noi in questo momento”, spiegano. La dichiarazione si conclude con un appello a un popolo capace di accogliere e amare, come si è stati accolti e amati per primi.