Strage di via Fani, indagine riaperta: “Cerchiamo una verità condivisa, non vendetta”
Indagine sulla strage di via Fani 1978 riaperta, ricerca del quinto uomo e analisi del caricatore abbandonato.

La strage di via Fani del 16 marzo 1978, che segnò la morte di cinque agenti di polizia e carabinieri, non si chiuderà. La Procura di Roma ha deciso di riaprire l’indagine, dopo un cambio di magistrato che ha portato a una richiesta d’archiviazione inaspettata. L’obiettivo non è cercare vendetta, ma costruire una verità condivisa, come ha sottolineato Giovanni, figlio di Domenico Ricci, uno dei protagonisti dell’agguato. L’attenzione si concentra su un caricatore abbandonato tra via Fani e via Stresa, che nessuno ha mai analizzato, e su una figura misteriosa, un quinto uomo vestito di pelle nera e con un passamontagna rosso, notato da testimoni su una moto.
Un caricatore mai analizzato e un quinto uomo
Il caricatore trovato vicino alle auto crivellate di colpi non è mai stato sottoposto a rilievi. Molti lo hanno attribuito a Valerio Morucci, ma nessuno ha verificato impronte o tracce genetiche. L’analisi è stata fatta sugli oggetti del covo di via Gradoli, ma non sui reperti di via Fani. Giovanni, che ha perso il padre quando aveva dodici anni, ha sottolineato che si tratta di un dato positivo, ma che non si cerca una svolta improbabile. L’obiettivo è chiaro: trovare fatti concreti, non suggestioni. La verità non è solo nella ricostruzione ufficiale, ma in tutti i testimoni e i reperti.
La figura del quinto uomo, vestito di pelle nera e con un passamontagna rosso, è stata segnalata da diversi testimoni. Ben cinque hanno confermato di averlo visto su una moto. Gli avvistamenti corrispondono alla posizione dei bossoli a terra. Una quarantina di cartucce vuote è vicina alla Mini verde di Tullio Moscardi, mentre quattro bossoli sono vicini al cancelletto superiore di via Fani. Francesco Zizzi, seduto nel posto del passeggero dell’Alfetta, ha ricevuto colpi dal basso alla schiena. La sua posizione non si spiega senza qualcuno in quella zona. I testimoni hanno visto spuntare la canna di un’arma e una fiammata, che avrebbe colpito Raffaele Iozzino, l’agente sceso dall’Alfetta.
Analisi balistiche e verità condivisa
Le analisi balistiche dovranno confrontare la firma dell’arma sui bossoli. Giovanni ha ricordato che Franco Bonisoli e Prospero Gallinari hanno detto che l’arma si era inceppata, ma con il mitra Fnab 43 avrebbe sparato da solo 49 colpi su una novantina totali. Questo è improbabile. Non si cerca vendetta, ma una verità completa delle versioni di tutti. La ricostruzione ufficiale, basata sul memoriale di Valerio Morucci, non è sufficiente. Le prove balistiche dovranno offrire certezze che non sono mai state cercate.
Giovanni ha sottolineato che non si cerca vendetta, ma una verità condivisa, che chiuda i conti e pacifichi il passato. Non significa dimenticare, ma ricordare in un quadro di verità il più possibile completo. Giovanni ha anche menzionato la presenza di Germano Maccari nella prigione di via Montalcini, una figura che è stata ignorata per anni. La strage di via Fani non si chiuderà. La Procura di Roma dovrà indagare ancora, cercando una verità condivisa. L’obiettivo non è vendetta, ma giustizia. La memoria deve essere costruita insieme, con il coraggio di confrontare le versioni e trovare un quadro completo. La strage di via Fani è un passato che non può essere dimenticato, ma deve essere ricordato in modo completo e veritiero.
