Ilva, un pezzo strategico della sicurezza industriale: per l’Italia non si può permettere di perderla

Ilva, un pezzo strategico della sicurezza industriale: per l’Italia non si può permettere di perderla

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Ilva, un pezzo strategico della sicurezza industriale

Ilva, l’azienda che ha reso Taranto un hub produttivo cruciale per l’industria italiana, è oggi al centro di un dibattito che coinvolge la sicurezza nazionale. Silvano Simone Bettini, presidente di Federmeccanica, ha sottolineato come l’azienda rappresenti un elemento chiave per la competitività del Paese. «Perché è un pezzo della sicurezza industriale del Paese», ha detto, sottolineando che l’Italia non ha materie prime e l’Ilva è stata per decenni la sua materia prima strategica.

La produzione di laminati è fondamentale per l’industria

Da lì sono nate filiere intere che usano laminati piani e che esportano nel mondo. Senza l’Ilva, l’Italia si condannerà a comprare gran parte dell’acciaio necessario a costi elevati, con effetti negativi sulle aziende e sull’economia. «Già oggi prendiamo da fuori circa sette milioni di tonnellate di laminati piani», ha spiegato Bettini. Se l’Ilva non produce, il costo esploderà, con un impatto domino su tutta la catena produttiva.

La scelta di Taranto non fu casuale

La scelta di Taranto per ospitare l’Ilva fu fatta negli anni Sessanta per motivi logistici, tra cui l’accesso alle grandi navi e una cava di sabbia vicina. Lo Stato fece crescere l’azienda perché, senza minerali, l’Italia poteva competere solo producendo volumi importanti di laminati per incidere sui prezzi globali. «L’Ilva è stata un’arma strategica per l’industria italiana», ha sottolineato Bettini.

La crisi dell’Ilva minaccia la sovranità industriale

La crisi dell’azienda, però, mette a rischio la sovranità industriale del Paese. «Se l’Ilva non produce, l’Italia deve importare di più pagando di più», ha detto Bettini. I dazi, le clausole di salvaguardia e i vincoli sulla decarbonizzazione hanno reso il mercato sempre più complicato. «Un laminato a caldo può stare sui 700-800 euro a tonnellata, ma presto potrebbe superare il tetto dei mille», ha aggiunto, sottolineando che l’acciaio prodotto da Ilva costa intorno ai 600-700 euro.

La strada verso l’acciaio green

Non si può ignorare la transizione verso l’acciaio green e i forni elettrici. «Poi certo, bisogna anche andare verso l’acciaio green e i forni elettrici», ha detto Bettini. Il governo Draghi aveva previsto un miliardo e una società ad hoc, ma non è successo nulla. «Serve un piano industriale che coinvolga imprese, sindacati e istituzioni», ha concluso.

La nazionalizzazione potrebbe essere una soluzione

Per risolvere la situazione, Bettini ha avanzato l’ipotesi di una nazionalizzazione, come ha fatto il Regno Unito con British Steel. «Se per gli inglesi l’acciaio è un asset strategico, perché per noi no?», ha chiesto. L’alternativa è creare un’area di protezione, come è stato fatto ad Acerra con il termovalorizzatore. «Serve un intervento deciso e un piano che non si limiti a interventi tampone», ha sottolineato.