La Sardegna separa la plastica, ma non riesce a riciclarla
La Sardegna raccolta differenziata ma fatica a riciclare plastica. Problemi di stoccaggio e mercati esterni.
La Sardegna, pur separando efficacemente i rifiuti, fatica a riciclarli a causa di problemi di stoccaggio e mercati esterni. Quattrocento volontari hanno raccolto sei tonnellate di rifiuti in tre giorni, ma i centri di stoccaggio dell’Isola non riescono a trovare uno sbocco adeguato. La regione, terza in Italia per raccolta differenziata con il 76,6%, si trova in una situazione di stallo. La situazione si è aggravata nell’estate 2026, dopo la sospensione della ricezione degli imballaggi plastici da parte di un operatore del circuito Corepla, e la Regione aveva segnalato il rischio già a luglio.
La filiera del riciclo: un sistema in crisi
La raccolta differenziata è solo il primo anello di una catena a quattro anelli. Si raccoglie, si seleziona per polimero, si ricicla in granuli o scaglie e infine qualcuno compra quel materiale per farne oggetti nuovi. La Sardegna eccelle nel primo anello, ma il secondo è in affanno. Il terzo, per gran parte, avviene fuori dall’Isola, e il quarto dipende da un mercato che non si decide a Cagliari. Quando il mercato preferisce la plastica vergine a quella riciclata, il sistema resta fragile e va in crisi alla prima saturazione. La regione, con una popolazione di un milione e seicentomila abitanti, sparsa su un territorio vasto e con un tessuto manifatturiero esiguo, non è il mercato ideale per impianti di selezione automatizzati. Riciclare plastica in modo serio richiede impianti di selezione e trasformazione che producano materiale di qualità industriale. Un impianto del genere ha senso economico solo se riceve volumi molto grandi e costanti e trova acquirenti vicini. La Sardegna, però, deve imbarcare il materiale e pagare il trasporto, dipendendo da impianti che stanno altrove.
La sfida europea e le alternative possibili
Gli imballaggi sono materia dell’Unione europea, che nel 2025 ha sostituito la vecchia direttiva con un regolamento, il Ppwr, direttamente applicabile in tutti gli Stati membri e pienamente in vigore dal 12 agosto 2026. Una regione non può vietare a un produttore di vendere un prodotto confezionato in un certo modo: colliderebbe con la libera circolazione delle merci e con la competenza dello Stato. Non a caso i divieti più celebri al mondo sono nazionali. Il Kenya ha messo al bando i sacchetti di plastica con pene severe, il Ruanda lo aveva fatto ben prima, la Francia ha vietato dal 2022 gran parte degli imballaggi in plastica per frutta e verdura fresca sotto un certo peso.
La Sardegna, però, non è impotente. Può usare gli appalti pubblici per escludere il monouso, premiare i Comuni che adottano la tariffa puntuale e i negozianti che vendono sfuso. Può stipulare protocolli con la grande distribuzione, dove poche insegne controllano gran parte degli scaffali dell’Isola. Può sostenere i produttori locali di acque, birre e bibite che scegliessero il vetro a rendere. E soprattutto può fare della Sardegna un laboratorio, se ha il coraggio di chiederlo a Roma.
Un modello a cui tutti guardano è il deposito cauzionale, dove ogni bottiglia o lattina porta con sé qualche decina di centesimi in più, che il cliente recupera quando la riporta al negozio. In Germania, dove la cauzione è di 25 centesimi dal 2003, il tasso di restituzione è stimato tra il 96% e il 98,5%. In Norvegia nel 2023 è stato del 92,3% per le bottiglie di plastica, con un meccanismo elegante: i produttori pagano una tassa ambientale che si riduce man mano che le restituzioni aumentano, e da un certo livello sparisce. In Irlanda, dove il sistema è partito nel febbraio 2024, nel 2025 sono stati restituiti 1,4 miliardi di contenitori, il 76,4% del totale.
La Sardegna, con il suo mercato chiuso e un numero limitato di porti, aeroporti e grandi distributori, è il terreno ideale per un progetto pilota di deposito cauzionale, da negoziare con lo Stato e con i consorzi. Una cauzione sulle bottiglie ridurrebbe i rifiuti nei fiumi e sulle spiagge, quelli che Plastic Free raccoglie a mano, e restituirebbe alla filiera un materiale pulito e monomateriale, il più appetibile per chi ricicla.
