“Naza” svela la macchina di morte israeliana: testimonianze di soldati che riducono i palestinesi a numeri
Documental “Naza” svela la macchina di morte israeliana, con testimonianze di soldati che riducono i palestinesi a numeri.

La nuova opera di Yuval Abraham e Rachel Szor, i registi del documental “No Other Land”, si intitola “Naza” e si concentra sulle strategie di guerra israeliane in Gaza, con un approccio rigoroso e spesso inquietante. La pellicola, presentata in un contesto di crescente tensione internazionale, esplora i metodi utilizzati dalle Forze di Defensa israeliane, in particolare quelli supportati dall’intelligenza artificiale, per la distruzione di civili palestinesi. La pellicola, che dura 80 minuti, si distingue per la sua capacità di mettere in luce una realtà spesso nascosta: il sistema di guerra moderno, in cui i singoli individui vengono ridotti a numeri, e la banalità del male che accompagna tali operazioni.
Testimonianze di soldati che riducono i palestinesi a numeri
Il documental “Naza” presenta interviste a 24 membri dell’esercito israeliano, tutti con il volto oscurato e la voce distorta per proteggersi da possibili ritorsioni. I loro racconti sono brutali e spesso inquietanti, rivelando come la guerra in Gaza sia percepita da chi la compie. Un giovane soldato afferma che “l’obiettivo è la quantità, non la qualità”, un’affermazione che sottolinea come la distruzione di civili sia vista come un’operazione di calcolo, non come un atto di violenza. Altri testimonianze descrivono il funzionamento di strumenti di intelligenza artificiale come “Lavender”, che permette di identificare dispositivi telefonici associati a Hamas e di ordinare attacchi con un numero predefinito di vittime civili.
La guerra moderna è un’operazione di calcolo, non di empatia.
Un’analisi che va oltre il dramma
Contrariamente a molti documentali precedenti, che si concentravano sulla sofferenza e sulla disperazione dei palestinesi, “Naza” non si basa su drammi o emozioni forzate. I registi scelgono un approccio più freddo e analitico, che si avvicina alla realtà senza cercare una catarsis o una redenzione. Un soldato israeliano, durante un momento di chiaroveggenza, ricorda un viaggio scolastico in Polonia, organizzato per comprendere le atrocità del nazismo. Questo ricordo lo porta a confrontare il passato con il presente, riconoscendo una somiglianza tra il genocidio palestino e le azioni del regime nazista. Secondo lui, il genocidio non è solo un atto di violenza, ma anche un’abiezione morale che ha radici profonde.
Un altro soldato, con una sincerità che sembra quasi dirompente, ammette che “partecipare agli attacchi era demencialmente divertente”. Questa frase, sebbene sembri straziante, mette in luce un aspetto spesso nascosto: la normalizzazione del male, la sua banalizzazione in un contesto di guerra moderna. La pellicola non si limita a denunciare, ma si propone come un’analisi profonda del sistema che permette tali azioni.
Un’opera che si confronta con il passato
Il documental “Naza” si ispira a film come “The Act of Killing” di Joshua Oppenheimer, che ha esplorato la responsabilità dei carnefici durante la purga comunista in Indonesia. In modo simile, “Naza” si pone la sfida di guardare in faccia i responsabili del genocidio palestino, senza cercare di giustificarli o di minimizzare la loro responsabilità. I registi, con un metodo rigoroso, riescono a creare un’immagine spesso inquietante del sistema militare israeliano, che utilizza l’intelligenza artificiale per rendere la guerra più efficiente, ma anche più desumano.
La pellicola, girata di notte sui tetti di Tel Aviv, si presenta come un’opera che non solo denuncia, ma anche riflette su come la guerra moderna possa essere orchestrata da algoritmi e dati. La sua capacità di mettere in luce la banalità del male, come ha fatto Claude Lanzmann in “Shoah”, rende “Naza” un’opera di grande impatto, sebbene non sia mai stata presentata in un contesto di festival o di distribuzione commerciale.
